C’è un momento, nella storia della Sardegna medievale, in cui la pietra e il canto si fondono in un unico atto di fede. È il momento che Giampaolo Mele, professore ordinario di Storia della musica medievale presso l’Università di Sassari, si appresta a raccontare oggi, alle 18, nel salone del Museo Diocesano Arborense di Oristano.

Sarà lui, infatti, il protagonista dell’ultimo appuntamento dei “Pomeriggi del Romanico 2026”, il ciclo di conferenze promosso dall’associazione Itinera Romanica – Amici del Romanico, che quest’anno ha scelto di esplorare il tema “Canti e musica nel Medioevo in Sardegna”. Il titolo della conferenza, “Die ac Nocte. Culto e canti in Europa e nella Sardegna medievale”, evoca già da solo l’atmosfera che si respira tra le pagine dei codici in pergamena: un’antifona senza fine, che dal mattino alla notte scandiva la vita nei monasteri e nelle cattedrali del continente e dell’isola. «Attraverso questo viaggio nel cuore del Medioevo europeo e sardo», spiega Mele, «voglio portare il pubblico dentro uno spazio sonoro che oggi non esiste più, eppure ha lasciato tracce straordinarie. Le melodie che risuonavano nelle cattedrali della Sardegna giudicale non erano semplici ornamenti del rito. Erano la voce stessa del potere spirituale e civile, il filo che legava l’isola al resto dell’Europa cristiana.»

Il fulcro della conferenza saranno i manoscritti liturgici della cattedrale di Oristano, un patrimonio che il professore definisce senza esitazione «il più importante fondo di libri liturgici della Sardegna». Non si tratta di reliquie mute, ma di testimonianze ancora vive, capaci di restituire al lettore attento il suono di un’epoca. «Sono codici che parlano», dice Mele. «Chi sa leggerli sente ancora le voci di chi li ha scritti e cantati, nelle notti d’inverno di Oristano medievale, sotto le volte di una cattedrale di grande prestigio spirituale e culturale». Il racconto si snoda attorno ai secoli XIII e XIV, i decenni di Mariano II d’Arborea e, più avanti, della figlia Eleonora, quando il Giudicato viveva la sua stagione più fulgida. In quegli anni, la liturgia non era solo preghiera, ma identità ‘nazionale’, affermazione di una civiltà. «Le miniature sontuose che adornavano i libri liturgici, le pergamene finemente scritte in una raffinata gotica libraria, i canti che si levavano durante le funzioni», racconta Mele, «tutto questo non era separato dalla vita della corte giudicale. Era parte integrante di una dimensione non solo cultuale, ma anche culturale, un raccordo profondo con l’universo cristiano del Mediterraneo e dell’Europa.»

Con la conferenza di venerdì si chiude un ciclo che, nel corso dei mesi, ha percorso la dimensione sonora del Medioevo sardo da angolature sempre diverse. Giuseppina Deligia, storica dell’arte e Presidente dell’Associazione Itinera Romanica, traccia un bilancio soddisfatto: «Questo ciclo ha permesso di esplorare un aspetto del patrimonio medievale sardo che spesso rimane nell’ombra. Abbiamo cercato di mettere in dialogo la ricerca scientifica con la divulgazione, offrendo al pubblico strumenti nuovi per capire e sentire la cultura dell’isola». L’appuntamento è aperto a tutti, studiosi e semplici curiosi, in quello che rimane uno degli spazi più suggestivi della città, il Museo Diocesano Arborense, custode silenzioso di secoli di arte e devozione, che tornerà a fare da sfondo a voci lontane nel tempo ma sorprendentemente vicine nell’anima.

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