Cosa significa essere genitori oggi? Significa troppo spesso muoversi in una realtà complessa e in costante movimento, dove a farla da padrone è la velocità e mancano i punti di riferimento. La psicologa e psicoterapeuta Cecilia Ferrari ci accompagna dentro questa complessità con il volume Io ti aspetto qui (Bompiani, 2026, Euro 18,00, pp. 208, anche e-book). E lo fa evitando banalizzazioni, mode pedagogiche oppure cedimenti all’ideologia e affrontando i temi centrali della esperienza educativa odierna: dal registro elettronico ai gruppi WhatsApp dei genitori, dal rapporto con gli schermi al delicato equilibrio tra autonomia e controllo. Lo fa, come scrive lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet nella presentazione del volume: «osando invitarci tutti al compito più difficile: quello di non temere gli errori ma anzi di attraversarli cogliendo le profonde occasioni di crescita che essi ci offrono. Perché se non permettiamo ai nostri figli di sbagliare, rischiamo di crescere ragazzi "senza pelle", impreparati alle difficoltà della vita».

Soprattutto Cecilia Ferrari ci restituisce non solo il senso di fatica, ma anche l’estrema bellezza che accompagna il compito di aiutare ragazze e ragazzi a crescere nel caos del presente.

Un caos che sicuramente negli ultimi anni è aumentato e che ha portato ad accendere i riflettori sui possibili disagi per le giovani generazioni. Ce lo conferma proprio Cecilia Ferrari:

«C’è molta attenzione al disagio adolescenziale oggi ed è una attenzione che è cresciuta in maniera esponenziale dopo la pandemia. Un po’ abbiamo segnali di questo disagio, un po’ sono ragazzi e ragazze che ci dicono di non stare bene. E con questo disagio si devono confrontare genitori che affrontano la fatica di tenere assieme i pezzi della società postmoderna in cui viviamo».

La copertina del libro

Ecco: probabilmente per tenere assieme questi pezzi i genitori di oggi sono molto protettivi nei confronti dei figli e tendono a voler tenere sotto controllo le loro vite, grazie anche ai dispositivi elettronici che accompagnano le nostre giornate come smartphone e registri elettronici. Ma tutto questo fa stare meglio come genitori?

«Il fatto di poter tenere tutto sotto controllo da un lato rassicura perché sappiamo praticamente sempre cosa stanno facendo i nostri figli. Allo stesso tempo più controlliamo e più ci sentiamo impotenti, perché l’ansia non si placa con il controllo. Anzi, vogliamo sapere sempre di più quello che stanno facendo i nostri ragazzi, che si ritrovano così ad avere un loro spazio separato sempre più ristretto».

E quindi?

«I giovani hanno meno possibilità di sperimentarsi in autonomia e anche meno possibilità di fare esperienza degli errori, delle frustrazioni, dei dolori, delle fatiche che sono poi parte inevitabile del percorso di crescita. I genitori lo fanno con l’intento di proteggere, però il rischio è di togliere agli adolescenti la possibilità di aggiungere un tassello evolutivo per la costruzione dell'identità. Insomma, non permettiamo loro di fare quegli errori che aiutano a crescere».

Cosa si può fare da genitori per invertire questa rotta?

«In quest'epoca storica postmoderna, siamo un po' chiamati a trovare una terza via tra quella che è stata la famiglia normativa di un tempo e la famiglia affettiva di oggi. La famiglia normativa era quella in cui genitori e figli avevano spazi molto distinti, separati. L'attenzione era sulle regole, regole chiare, ribadite con fermezza, che non si dovevano trasgredire. Nella famiglia affettiva di oggi si dà invece molto più spazio agli affetti, alla condivisione degli stati emotivi, che è un aspetto sicuramente fondamentale, perché rende i figli molto più alfabetizzati emotivamente. Però ci si è dimenticati delle regole e della separazione che ci deve essere tra genitori e figli».

Un punto cruciale, mi pare. Lo possiamo approfondire?

«I rapporti genitori e figli è bene che siano verticali, non orizzontali. Nella famiglia affettiva abbiamo tanti affetti e poche, impacciate regole, perché si ha paura di porre dei confini tra genitori e figli. Però dobbiamo sapere che se l’affetto da calore, la regola dà struttura al rapporto. Senza regola, l’affetto rischia di diventare invischiante. Fa perdere di vista la differenza che c’è e ci deve essere tra genitori e figli».

E quindi cosa possiamo fare noi adulti?

«Al netto delle situazioni particolari, con ragazzi con problemi seri, da tenere sotto controllo, dobbiamo avere il coraggio di fare un passo indietro, senza sparire. È questo il senso del titolo del libro: Io ti aspetto qui, cioè ti guardo, sono qui, sono attento, sono vigile, se ti giri mi trovi e mi vedi, però non vengo lì con te a fare quell'esperienza insieme a te, sto qui e mi tengo le cose della mia vita e sto nelle cose della mia vita. E credo che questo sia un po' il la sfida a cui siamo chiamati, cioè tenere insieme questi aspetti in modo nuovo».

Il libro si apre con una citazione di Platone: “Le cose difficili sono belle”. Funziona ancora così, anche nella nostra società postmoderna che rifugge abbastanza la fatica e la complessità?

«I percorsi difficili, o meglio impegnativi ci consentono di scoprire molto di più. La tendenza di fronte alla fatica dei giovani è di abbassare il livello. A volte serve, magari c’è troppo pressione e si può abbassarla. Spesso però ci rendiamo conto che abbiamo giovani con menti brillanti, acute, ma che vengono poco stimolate. E non si offrono stimoli, ostacoli perché si teme di dover gestire la frustrazione. Invece quando i ragazzi possono sperimentare incontrano certamente anche la frustrazione, ma nello stesso tempo la bellezza di fare cose difficili, inciampando, tornando indietro, rallentando, seguendo percorsi magari non lineari, ma stimolanti e appaganti. Diventare grandi è faticoso, difficile, impegnativo, ma bellissimo. È questo che dobbiamo trasmettere ai giovani».

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