Un’Italia capace del suo futuro, è solo un sogno?
Nel suo ultimo lavoro, Alec Ross, ex consigliere di Obama osserva il nostro Paese con l’affetto di chi vi riconosce le proprie radici e la libertà critica di chi arriva da fuori. E traccia un manifesto ottimistaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Perché un Paese ammirato in tutto il mondo sembra avere smesso di credere in se stesso? È la domanda che attraversa “The Italian Dream. Riprendersi il futuro”, il nuovo libro di Alec Ross, pubblicato da Feltrinelli. Il titolo richiama volutamente l’American Dream, ma non propone di importare in Italia il modello statunitense. Ross cerca piuttosto di capire se possa esistere un sogno italiano: una visione collettiva capace di tenere insieme crescita economica, cultura, innovazione, qualità della vita e mobilità sociale.
L’autore occupa un punto di osservazione particolare. È americano, ma i suoi nonni erano abruzzesi; ha lavorato ai vertici dell’amministrazione statunitense, ma oggi trascorre parte dell’anno in Italia e insegna alla Bologna Business School. Conosce dunque il Paese abbastanza da coglierne i meccanismi profondi, senza essersi ancora assuefatto alle sue lentezze. È proprio questo sguardo, partecipe e insieme esterno, a costituire il maggiore punto di forza del libro.
Ross non descrive un’Italia senza speranza. Al contrario, parte dal paradosso di una nazione ricca di capitale umano, cultura, bellezza, imprese e competenze, che tuttavia fatica a trasformare questi patrimoni in una promessa rivolta alle nuove generazioni. All’estero l’Italia continua a essere desiderata, al proprio interno, invece, prevalgono spesso sfiducia, paura del rischio e convinzione che il futuro sarà inevitabilmente peggiore del passato.
I temi
Il volume si sviluppa attraverso otto coppie di opposti: giovane e vecchio, innovazione e tradizione, fiducia e sfiducia, ottimismo e pessimismo, insieme ad altri dualismi che raccontano un Paese perennemente sospeso. È una struttura semplice ma efficace, perché evita il tono accademico e permette all’autore di passare dall’esperienza personale all’analisi economica, dagli incontri compiuti in Italia alle considerazioni sulla politica e sulla società.
Il tema più forte è quello generazionale. Ross vede un sistema nel quale l’età continua troppo spesso a contare più della capacità, le posizioni di responsabilità arrivano tardi e chi possiede talento trova maggiori opportunità fuori dai confini nazionali. La fuga dei giovani non viene presentata soltanto come una questione salariale. È anche la conseguenza di gerarchie rigide, scarsa meritocrazia e insufficiente disponibilità a riconoscere autonomia e potere a chi non ha ancora compiuto quarant’anni.
Non è difficile capire perché questo argomento gli sia particolarmente caro. La sua biografia rappresenta quasi l’opposto dell’immobilità denunciata nel libro. Nato nel West Virginia nel 1971 e laureato in Storia alla Northwestern University, Ross comincia lavorando come insegnante con Teach for America in una scuola di Baltimora. A ventun anni, ricorda, consegnava anche fusti di birra; quindici anni più tardi sarebbe entrato alla Casa Bianca. Nel 2000 contribuisce a fondare “One Economy”, organizzazione impegnata a ridurre il divario digitale e a portare tecnologia e informazioni nelle comunità economicamente più fragili. Durante la campagna presidenziale del 2008 partecipa alla definizione delle politiche tecnologiche di Barack Obama e successivamente entra nel Dipartimento di Stato come consigliere senior per l’innovazione di Hillary Clinton. Lavora sull’impiego delle tecnologie digitali nella diplomazia, nei programmi di sviluppo e nella difesa della libertà di Internet. È stato poi docente e ricercatore alla Columbia e alla Johns Hopkins University, consulente di governi e imprese e investitore nel settore tecnologico.
Linguaggio e politica
Ross è, insomma, più di un osservatore. È uno dei personaggi che hanno contribuito a introdurre l’innovazione digitale nel linguaggio della politica internazionale. Anche i suoi libri precedenti, “Il nostro futuro” e “I furiosi anni Venti”, riflettono questa traiettoria: il primo analizzava le industrie destinate a trasformare economia e lavoro; il secondo affrontava lo squilibrio nei rapporti tra aziende, Stati, lavoratori e cittadini. “The Italian Dream” sposta ora l’obiettivo su un solo Paese e assume un tono più personale e civile.
Il Ross che emerge dalle pagine è un ottimista pragmatico, un americano convinto che istituzioni e tecnologia possano migliorare la vita quando sono guidate da responsabilità pubblica. La sua fiducia nell’iniziativa, nel merito e nella mobilità sociale potrebbe apparire fin troppo statunitense a un lettore italiano. Eppure l’autore non si presenta come il professore straniero venuto a impartire lezioni. Racconta l’Italia con affetto, riconosce il valore delle comunità, della famiglia, della manifattura e dei territori, e non chiede di sacrificare la tradizione sull’altare della modernità.
L’insularità
La sua tesi è che tradizione e innovazione non siano nemiche. Il problema nasce quando la prima diventa un alibi per difendere privilegi, procedure e rendite di posizione. L’Italia non deve smettere di essere ciò che è, ma imparare a usare ciò che possiede per costruire qualcosa di nuovo. È un’impostazione particolarmente interessante anche per le regioni periferiche e insulari: la distanza dai grandi centri non è necessariamente una condanna, se infrastrutture digitali, formazione e istituzioni funzionanti consentono ai talenti di restare e competere.
Nel passaggio dalla diagnosi alla terapia, Ross individua con chiarezza sfiducia, gerontocrazia, burocrazia e avversione al rischio tra le questioni da affrontare: servono più merito, più coraggio, più responsabilità ai giovani, maggiore capacità di investire sul lungo periodo. Indicazioni che peraltro devono anche fare i conti con debito pubblico, disuguaglianze territoriali, salari bassi e debolezza dei servizi. Ross non sostiene che tutto vada bene, ma rifiuta l’idea che il declino sia irreversibile. Il suo libro provoca soprattutto chi considera il pessimismo una forma di realismo e l’immobilità una prudenza.
Ne risulta una lettura scorrevole, appassionata e accessibile, che parla di economia e tecnologia senza diventare specialistica. Insomma, se l’Italia è ancora capace di suscitare il sogno degli altri, perché non dovrebbe tornare a essere il sogno degli italiani? Ross ci ricorda che il futuro non è qualcosa che si attende. È una costruzione politica, culturale e collettiva. E il primo passo per riprenderselo è smettere di considerarlo già perduto.
