Sussidi di disoccupazione, i limiti italiani che rischiano di creare un esercito di fannulloni
Nel nostro paese manca un legame efficace con le politiche di formazione e inserimento professionalePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Due scuole di pensiero sui sussidi di disoccupazione: pilastro portante di una società che non lascia indietro i cittadini più in difficoltà o alibi finanziato dallo Stato per crogiolarsi al sole senza avere bisogno di cercare lavoro in tempi rapidi?
Questa sintesi ridotta all’osso può sembrare superficiale, ma sul tema dei sostegni ai cittadini senza lavoro si è soffermato anche un report dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) nel quale si è cercato di capire se la strada che ha imboccato l’Italia da decenni per sostenere le fasce più deboli sia quella più efficace.
Lo stato dell’arte
In un mercato del lavoro sempre più instabile, i sussidi di disoccupazione rappresentano uno degli strumenti fondamentali del welfare moderno. La loro funzione è semplice ma essenziale: garantire un sostegno economico temporaneo a chi perde il lavoro involontariamente, evitando che la perdita del reddito si trasformi rapidamente in povertà ed esclusione sociale. In Italia, ogni anno quasi due milioni di persone accedono alle principali misure di sostegno al reddito, con la NASpI che costituisce il pilastro del sistema.
L'utilità di questi strumenti è difficilmente contestabile. In primo luogo, consentono alle famiglie di affrontare una fase di transizione senza vedere crollare immediatamente il proprio tenore di vita. In secondo luogo, contribuiscono a sostenere i consumi e quindi l'economia nel suo complesso, soprattutto nei momenti di crisi. Infine, permettono ai lavoratori di cercare una nuova occupazione con tempi più adeguati, evitando che siano costretti ad accettare qualsiasi impiego pur di ottenere un reddito.
Le altre realtà
Nei paesi europei con mercati del lavoro più dinamici, tuttavia, i sussidi non sono concepiti soltanto come una misura assistenziale. Essi fanno parte di un sistema più ampio che combina protezione economica, formazione professionale, orientamento e politiche attive del lavoro. In altre parole, il sostegno al reddito viene accompagnato da strumenti che favoriscono il rapido reinserimento occupazionale.
È proprio su questo punto che emergono alcune delle principali criticità italiane. Secondo le più recenti analisi, una quota significativa dei percettori di NASpI accede alla prestazione più volte nell'arco di pochi anni. Si tratta del fenomeno definito della “porta girevole”: lavoratori che alternano periodi di occupazione e disoccupazione, tornando ciclicamente a percepire il sussidio.
Questo non significa che il sistema venga utilizzato in modo improprio. Al contrario, il fenomeno riflette spesso le caratteristiche strutturali del mercato del lavoro italiano. Settori come il turismo, l'agricoltura, la scuola e numerose attività basate su contratti a termine producono inevitabilmente percorsi lavorativi discontinui. In questi casi il sussidio svolge una funzione indispensabile, ma rischia di trasformarsi in un ammortizzatore permanente anziché in uno strumento di transizione verso un'occupazione stabile.
La differenza rispetto ad altri paesi dell'Unione europea risiede proprio nella capacità di accompagnare il lavoratore verso nuove opportunità professionali. Nei modelli più avanzati, i servizi pubblici per l'impiego sono maggiormente integrati con il sistema produttivo e riescono a favorire percorsi di riqualificazione efficaci. In Italia, invece, il collegamento tra sostegno economico e politiche attive continua a mostrare limiti significativi, con risultati spesso inferiori alle aspettative.
Esiste inoltre un problema di sostenibilità. La NASpI comporta una spesa annua compresa tra 15 e 18 miliardi di euro, finanziata in larga parte dalla fiscalità generale. Se il mercato del lavoro continua a generare elevati livelli di precarietà e discontinuità occupazionale, il rischio è che una quota crescente delle risorse pubbliche venga destinata a gestire le conseguenze dell'instabilità anziché a ridurla.
Accesso negato
Il rapporto Inapp ha evidenziato anche il fenomeno del non take-up, «ovvero il mancato accesso alle prestazioni da parte di persone che, pur avendo perso involontariamente il lavoro e possedendo tutti i requisiti previsti, non presentano domanda».
Nel triennio 2021-2023 le Comunicazioni Obbligatorie, spiega l’Istituto «hanno consentito di individuare circa 1,2 milioni di cessazioni involontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato potenzialmente eleggibili alla NASpI. Di questi, poco meno del 40% non ha richiesto il beneficio».
Il fenomeno presenta marcate differenze sociali e territoriali. La probabilità di non accedere alla prestazione cresce significativamente tra le persone con bassi livelli di istruzione. Ancora più rilevante il divario che riguarda i lavoratori stranieri. Nel settore manifatturiero, a fronte di un tasso di non take-up pari a circa il 20% tra gli italiani, il mancato accesso sfiora l’80% tra gli immigrati, con criticità particolarmente accentuate tra le donne. Negli altri comparti produttivi, invece, sono soprattutto gli uomini stranieri a incontrare le maggiori difficoltà informative e amministrative.
I risultati del report evidenziano come le misure di sostegno al reddito rappresentino un pilastro essenziale del sistema di protezione sociale italiano, ma al tempo stesso richiamano l’attenzione sulla necessità di rafforzare le politiche attive del lavoro e gli strumenti di informazione e accompagnamento, per garantire un accesso più equo alle prestazioni e favorire percorsi di reinserimento occupazionale più efficaci e duraturi.
L’analisi
«La spesa per il sostegno al reddito per la perdita involontaria del lavoro rimane consistente nel corso degli anni», spiega Natale Forlani, Presidente Inapp. «L' impatto sulle persone coinvolte e sul mercato del lavoro, presenta una serie di criticità settoriali, territoriali, di cittadinanza dei lavoratori e per tipologie di rapporti di lavoro, in particolare nei comparti produttivi caratterizzati da una elevata mobilità lavorativa, prestazioni stagionali e da una rilevante quota di lavoro sommerso. Sono criticità che pregiudicano la partecipazione alle indennità di una parte significativa dei potenziali beneficiari e aumentano le difficoltà per il reinserimento lavorativo. Una risposta positiva a queste problematiche può essere offerta dalle misure di politica attiva del lavoro per facilitare l'incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro e la partecipazione a percorsi di formazione per migliorare l’occupabilità dei lavoratori meno qualificati»
I sussidi di disoccupazione restano dunque una conquista fondamentale dello Stato sociale e uno strumento indispensabile di tutela. Tuttavia, la loro efficacia non può essere misurata soltanto dal numero di persone che ricevono un'indennità. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare il periodo di sostegno in un ponte verso un'occupazione più stabile e qualificata. Senza un rafforzamento delle politiche attive, della formazione e dei servizi per l'impiego, il rischio è che il sistema continui a garantire protezione, ma fatichi a produrre reale mobilità e inclusione nel mercato del lavoro.
