Stipendi bassi, ma non per tutti: gli aumenti per i manager sono 20 volte superiori a quelli dei dipendenti
L’allarme dell’Oxfam: non è soltanto una questione economica, è a rischio la tenuta sociale del PaesePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Stipendi fermi, ma non per tutti. Il divario crescente tra lavoratori e top manager infatti si allarga a dismisura aprendo una crepa enorme tra chi si suda uno stipendio ogni mese e chi invece deve distribuirlo dall’alto della sua carica manageriale.
Mentre milioni di lavoratori nel mondo continuano a fare i conti con salari stagnanti, inflazione e perdita di potere d’acquisto, i vertici delle grandi multinazionali vedono crescere le proprie remunerazioni a ritmi vertiginosi. È il quadro delineato dall’ultimo rapporto diffuso dall’Oxfam, che fotografa una delle contraddizioni più profonde dell’economia globale: nel 2025 i compensi degli amministratori delegati delle 1.500 principali società mondiali sono aumentati 20 volte più velocemente dei salari medi dei lavoratori.
Secondo l’analisi, lo scorso anno le retribuzioni dei Ceo sono cresciute in media dell’11% in termini reali, mentre i salari globali hanno registrato un incremento di appena lo 0,5%. Ancora più significativo il dato di lungo periodo: tra il 2019 e il 2025 il salario medio reale globale è diminuito del 12%, mentre la remunerazione media dei top manager è aumentata del 54%.
Denuncia
«Non si può rimanere impassibili di fronte a un sistema economico in cui la ricchezza è sempre più lautamente ricompensata, mentre centinaia di migliaia di lavoratori – spesso intrappolati in occupazioni precarie, sottopagate e insicure – sono costretti a un’esistenza difficilmente qualificabile come libera e dignitosa», ha commentato Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica dell’Oxfam Italia. «Ricette economiche mainstream che avevano promesso l’emancipazione economica per tutti e un benessere più equamente diffuso si sono rivelate per quello che sono: una chimera che ha portato a una concentrazione senza precedenti della ricchezza e a uno strabordante potere politico nelle mani di pochi che lo esercitano a tutela dei propri privilegi. A essere condizionato è anche il discorso pubblico, attraverso la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media, che permettono a una ristretta élite di supportare misure da cui i più ricchi traggono beneficio, screditare alternative egalitarie e favorire narrative che legittimano la ricchezza estrema, dando veste morale alle disuguaglianze del nostro tempo».
Numeri che raccontano non solo una forbice economica sempre più ampia, ma una trasformazione strutturale nei rapporti di distribuzione della ricchezza. In cima alla classifica dei super compensi figura Hock Tan, amministratore delegato di Broadcom, con oltre 205 milioni di dollari percepiti in un solo anno. Almeno altri quattro CEO hanno superato la soglia dei 100 milioni di dollari.
Italia in difficoltà
L’Oxfam sottolinea come questa crescita esplosiva delle remunerazioni manageriali avvenga in un contesto di crescente precarizzazione del lavoro, erosione salariale e aumento del cosiddetto “lavoro povero”, fenomeno che colpisce anche economie avanzate come l’Italia.
Nel nostro Paese, infatti, i salari reali risultano ancora inferiori del 7,8% rispetto ai livelli del 2021. Un dato che conferma il persistente ritardo italiano nella crescita delle retribuzioni, aggravato da inflazione, aumento del costo della vita e debolezza delle politiche redistributive. La questione salariale resta uno dei nodi più critici per il Governo Meloni, accusato da sindacati e organizzazioni sociali di non aver ancora messo in campo misure sufficientemente incisive per contrastare la compressione dei salari e la diffusione del lavoro a bassa retribuzione.
Il rapporto evidenzia inoltre una forte disparità di genere ai vertici aziendali: solo il 6% degli amministratori delegati delle grandi imprese analizzate è donna, mentre il gender pay gap medio si attesta ancora al 16%.
Non sono solo soldi
Per l’Oxfam, la crescita sproporzionata delle retribuzioni dei CEO non rappresenta solo una questione morale, ma un fattore che alimenta disuguaglianze sistemiche, indebolisce la coesione sociale e compromette la sostenibilità economica nel lungo periodo. L’organizzazione chiede interventi più decisi, tra cui una tassazione più progressiva sui grandi patrimoni, limiti alle remunerazioni eccessive dei vertici aziendali, rafforzamento della contrattazione collettiva e adeguamento dei salari all’inflazione.
Il tema si inserisce in un dibattito sempre più centrale: quale modello economico si intende perseguire in una fase storica in cui la ricchezza prodotta tende a concentrarsi in misura crescente nelle mani di pochi, mentre una quota sempre più ampia di lavoratori vede ridursi sicurezza economica e prospettive di mobilità sociale.
La fotografia scattata dall’Oxfam pone dunque una questione che va oltre i singoli dati: la sostenibilità di un sistema in cui il successo finanziario delle imprese continua a premiare soprattutto gli azionisti e il top management, lasciando indietro chi contribuisce quotidianamente alla produzione di quella stessa ricchezza.
Qualche spiraglio di luce
«L’unica nota positiva di questo periodo è il passo indietro del Governo sull’attuazione della legge delega sulle eque retribuzioni, che dopo aver sciaguratamente affossato il salario minimo, rischiava di aprire la strada alla contrattazione pirata e al ritorno delle gabbie salariali. Viene riaffermata la centralità dei contratti principali alla cui applicazione da parte delle imprese sarà condizionata la fruibilità delle agevolazioni per le assunzioni», conclude Maslennikov. «Troppo tempo però si è perduto senza che si sia arrivati, in dialogo con le forze sociali, alla legge sulla rappresentanza e a una revisione profonda del sistema di contrattazione che ha smarrito col tempo la sua efficacia. A una politica industriale orientata alla creazione di buoni posti di lavoro e in grado di intercettare le transizioni in corso del sistema economico si continuano a preferire incentivi che riproducono lo status quo sul mercato del lavoro. Alla diffusa precarietà si risponde con ulteriori liberalizzazioni del lavoro a termine, stagionale e in somministrazione, che ampliano le file dei working poor. Debolezze delle politiche della formazione, disattenzione per i diritti consumati lungo le catene di subappalto e l’uso improprio della leva fiscale a supporto dei bassi salari completano un quadro che svilisce profondamente il ruolo fondante che la nostra Costituzione assegna al lavoro».
