«Sinner, un campione acqua e sapone»
Tesi di laurea di Carlotta Ruiu sul re del tennisPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«Così come in campo riesce a contrattaccare qualsiasi colpo dell’avversario e a imporre il suo gioco, anche nella comunicazione Jannik Sinner ha saputo costruire un’immagine unica, quella di un ragazzo semplice, umile, educato, riservato e anche nei momenti più difficili non perde di vista la sua missione: essere se stesso».
Carlotta Ruiu, 23 anni, di Quartu, si è laureata in Scienza della comunicazione scientifica all’università di Cagliari con una tesi su Sinner e sulla costruzione della sua identità mediatica. Uno studio lungo due anni nel corso dei quali la neo dottoressa, ex tennista praticante, ha studiato il giornalismo sportivo in relazione allo spazio su giornali, radio e tv conquistato dalle vittorie del numero uno azzurro e attuale numero due al mondo, l’analisi dei social e dei dati di audience dei suoi match in televisione. «Questo perché nel 2026 – spiega la neo dottoressa – un atleta contemporaneo appare al pubblico e agli appassionati non sono in funzione di risultati sportivi seppur unici, ma in funzione di un sistema di comunicazione dove le componenti sono la narrazione giornalistica delle sue vittorie, la comunicazione diretta cioè le interviste o i contenuti pubblicati sui social e le reazioni e le interazioni con il pubblico».
Ruiu, nel panorama internazionale e nazionale Sinner è un esempio unico.
«Direi di sì, Sinner ha adottato una strategia caratterizzata da una comunicazione essenziale, non spettacolarizzata e raramente reattiva, coerente e fortemente controllata. Nell’attuale ecosistema mediatico dominato dalla sovraesposizione, la sua scelta rappresenta un elemento distintivo. La sua comunicazione rimane invariata anche in momenti di crisi: la gestione delle controversie (dalla questione dell’italianità, alla residenza fiscale e al caso doping) evidenzia una comunicativa basata su istituzionalità e sulla riduzione dell’enfasi emotiva. Un approccio che ha concesso di preservare la stabilità dell’immagine pubblica, rafforzando il capitale simbolico dell’atleta anche in momenti potenzialmente destabilizzanti».
Un’immagine costruita o reale?
«A mio avviso Sinner non ha costruito a tavolino questa immagine di se stesso. Gli elementi caratterizzanti che emergono dalla narrazione sono principalmente tre: un contesto geografico e culturale caratterizzato da un forte legame con la natura e una cultura semplice che ha contribuito a plasmare tratti solidi come resistenza e disciplina; la mostra l’appartenenza a una comunità minoritaria che ne ha ostacolato l’inserimento iniziale nel panorama nazionale; il ruolo familiare riflette un ambiente umile ma ricco di valori, in cui sacrificio e dedizione hanno influenzato l’atteggiamento del ragazzo dentro e fuori dal campo. Ormai è un personaggio pubblico e tutti conosciamo la sua storia: è nato in un paesino di montagna, i genitori gestiscono un rifugio, si è dedicato fin da bambino anima e corpo nello sport, prima sci, calcio e tennis, poi ha lasciato la neve e il pallone per le racchette, trasferendosi giovanissimo a Bordighera, senza mai trascurare i suoi valori quali appunto la famiglia, l’educazione, il rispetto del lavoro del suo staff, l’impegno nello sport come sacrificio. E la sincerità: anche nei momenti più difficile del suo percorso sportivo e umano ha scelto una linea che non è costruita, ne sono convinta».
Il classico bravo ragazzo della porta accanto.
«Che si è fatto strada grazie a lavoro, continuità e disciplina. Sinner ha spesso detto che il tennis è la priorità che non ammette distrazioni. non solo in campo ma anche come gestisci le cose fuori dal campo. un approccio esemplare legato a etica lavorativa e condotta morale. In questo contesto, è possibile associare anche l’umiltà, qualità che lo contraddistingue da molti colleghi nel circuito, che emerge sia in momenti di successo che a seguito di sconfitte. Sinner dimostra di essere in totale equilibrio tra eccellenza e vulnerabilità, dove eventuali errori e momenti di fragilità non vengono nascosti ma accolti come parte del percorso. Il riferimento alle sue origini, la famiglia e lo staff tecnico è un’altra costante del suo racconto, ed è anche uno degli aspetti per cui viene più frequentemente elogiato, ricordando al pubblico la gratitudine verso i genitori per i sacrifici fatti e il continuo sostegno durante gli anni. L’insieme di questi elementi costituiscono un modello di atleta semplice, coerente, in grado di raccontarsi in maniera autentica e instaurare una risonanza con il pubblico. Con una certa ironia in certi frangenti».
C’è chi lo critica per l’eccessiva partecipazione a spot pubblicitari.
«Anche in questo caso mi sento di dissentire: ogni brand che ha scelto è in linea con il suo essere un ragazzo sobrio e italiano . La Nike per lui prevede tenute sportive molto differenti da quelle per esempio del suo alter ego Carlos Alcaraz, Jannik è quasi sempre vestiti con colori poco sgargianti e a tinta unita, privilegia magliette con il colletto. Per la moda ha optato per Gucci, emblema del made in Italy. E la Rolex ha visto un lui un personaggio che possa in qualche modo seguire le orme dei tennisti di vertice che ha sponsorizzato la marca di orologi in passato come per esempio Federer proprio in quanto a eleganza e stile».
La questione identitaria.
«Qualcuno l’ha accusato di essere più tedesco, o meglio austriaco, che italiano quando nel novembre 2025 ha annunciato che non avrebbe giocato le finali di Copa Davis perché aveva bisogno di riposo e di programmare al meglio gli allenamenti in vista del 2026. Critiche gli sono arrivate da editorialisti, commentatori, anche da tifosi. Sinner ha sempre detto di essere orgoglioso di rappresentare l’Italia, pur essendo di madrelingua tedesca: Mi sono sempre sentito italiano al 100 per cento. Noi parliamo il nostro dialetto tedesco, ma anche in Sicilia parlano un dialetto che nelle altre parti d’Italia non capiscono, no? Nel Tirolo, conduciamo una vita diversa ma io mi sento italiano anche se la mia prima lingua è il tedesco. Quando ho iniziato a 13 anni e mezzo ad allenarmi a Bordighera con Riccardo Piatti è stato molto difficile: ho imparato lì l’italiano, ora lo parlo bene anche se non è ancora. Se alla gente piace il mio modo di essere, bene. Altrimenti, va bene. Ovviamente è diverso se nel mio ambiente mi dicono che questo o quello non va bene. Ora cercherò di capire e adattarmi. Ma non cambierò per estranei che mi criticano. Ecco: un approccio diretto e sincero».
La residenza fiscale a Monte Carlo.
«Anche in questo caso Sinner ha risposto alla sua maniera. “Quando ho compiuto 18 anni mi sono allenato a Bordighera con il mio ex allenatore che aveva la residenza a Monaco. La cosa più bella di Monaco è che ci sono tanti giocatori con cui ti puoi allenare, strutture perfette, diverse palestre, campi buoni, mi sento a casa, sto bene lì, ho una vita normale, posso andare al supermercato senza problemi. È una scelta professionale, null’altro. A Montecarlo giochi all’aperto tutto l’anno, ci sono tutti i top player, i campi sono sempre a disposizione”. Ineccepibile».
Caso doping.
«Quando era finito nella bufera per il caso Clostebol, l’anabolizzante trovato in quantità minima nel suo corpo, Sinner non si è sottratto alle domande dei giornalisti di tutto il mondo. Anche in quel caso ha scelto una comunicazione diretta, semplice, quasi istituzionale: “Appena abbiamo saputo della positività abbiamo cercato di capire quale fosse la sostanza. Un componente del mio staff , che conosce la mia nutrizione e i farmaci, ha capito che si trattava dello spray. Abbiamo spiegato subito alle autorità, che hanno creduto alla nostra versione. Questo è il motivo per cui ho potuto continuare a giocare. Ero preoccupato? Certo, era la prima volta e spero anche l’ultima. Bisogna considerare che la quantità di clostebol nel corpo era praticamente zero. Sono sempre stato attento a queste cose, credo di essere un giocatore corretto dentro e fuori dal campo”. Dalle dichiarazioni di Sinner emerge una comunicazione interpretabile come una strategia di crisis management, orientata alla tutela della propria immagine e reputazione in un contesto mediatico potenzialmente destabilizzante . L’intento è quello di “contenere il danno” simbolico, e lo fa rimanendo coerente per tutta la durata della conferenza stampa, rimarcando più volte la propria innocenza e spostando l’attenzione sulla dimensione puramente regolamentare del processo. Nonostante la difficoltà della situazione, il mantenimento di un registro sobrio e controllato che privilegia la razionalità rispetto all’esposizione emotiva, aiuta ad evitare la polarizzazione del discorso e giova positivamente sull’idea dell’affidabilità e correttezza morale».
In Italia Sinner ha fatto esplodere il tennis.
«Sì, c’è un boom assoluto di questo sport. Come audience televisivo, innanzitutto. Prima di Sinner, una finale slam tra Federe e Nadal, il top in quel periodo, raggiungeva 500mila spettatori, Sinner è arrivato ai livelli del calcio, 7 milioni. Le scuole tennis per bambini e adulti sono strapiene di allievi, si sono formate addirittura liste d’attesa. E c’è un boom di tesseramenti tornei, persone che abbandonano il padel e approdano al tennis. Sinner rappresenta un modello virtuoso, Il successo del tennista può essere dunque letto in chiave sociologica in quanto assume una valenza che va oltre la prestazione individuale: la sua immagine pubblica è stata costruita nel tempo attraverso una narrazione incentrata su valori come costanza, disciplina, meritocrazia, una costante esposizione mediatica e una comunicazione sobria, che ha favorito un’identificazione coerente ma trasversale».
