Domande secche che aprono il cuore e le pieghe più nascoste della mente: “Si può essere felici quando gli altri non lo sono?” Oppure: “Abbiamo il controllo delle nostre parole?”. Filosofia applicata alla maturità, è l’esame scritto finale affrontato pochi giorni fa da 530mila giovani francesi sui 730mila totali impegnati nella conquista del Baccalaureàt, il diploma di fine scuola secondaria. È la prova scritta regina prima del “Grand oral” (con la discussione sulle materie dei vari indirizzi), quasi un passaggio obbligato nella terra di Voltaire e Rousseau: le conoscenze filosofiche apprese nel percorso di studi devono intercettare il pensiero critico di ragazze e ragazzi che si affacciano alla vita adulta. La concezione della maturità transalpina non si ferma alla valutazione delle competenze tecniche: si chiede ai diciottenni di ragionare su libertà, linguaggio, verità, giustizia. In quattro ore i candidati devono impegnarsi in riflessioni ad ampio respiro: non basta trovare la risposta giusta, ma serve un pensiero profondo. «L’esame di filosofia dice tutto di chi siamo, è una nostra specificità. Francese», ha sottolineato il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, che ha illustrato il tema del compito scritto in un liceo alla periferia sud di Parigi. «Il nostro Paese ha scelto di mettere al centro dell’istruzione il pensiero critico, il dibattito, il pluralismo». Prova attesa, temutissima dagli studenti, passaggio obbligato per conquistare il “Bac”, il diploma finale. In quelle domande in apparenza così semplici si nasconde un campo minato che accende dibattiti su giornali, siti, social, tv: “Abbiamo la padronanza delle nostre parole?”. Frase secca e un campo minato: diciamo davvero quello che pensiamo? Siamo responsabili di ogni frase pronunciata? Un’affermazione, un insulto, una parola sfuggita possono cambiare una relazione, una reputazione, una vita pubblica?. Nell’epoca dei social mangiatutto il potere delle parole può essere ribaltato: crediamo di sceglierle, di padroneggiarle e invece rischiamo di essere usati da una frase, da un concetto, possiamo ritrovarci travolti da un’affermazione sbagliata.  

Ancora più spiazzante l’altra domanda della prova di filosofia: “Si può essere felici quando gli altri non lo sono?” Può esistere una felicità privata in mezzo all’infelicità collettiva? Si può stare bene ignorando guerre, povertà, solitudini, disuguaglianze, malattie, incidenti? Oppure una felicità giusta deve guardare almeno in a parte del destino degli altri per non sfociare nell’indifferenza. Di sicuro un momento di riflessione importante per i giovani candidati: un punto di equilibrio tra le proprie idee e quelle dei grandi pensatori del passato, partendo dalla serenità interiore degli stoici o dalla giustizia sociale di Rousseau. La filosofia conserva un posto simbolico enorme nei vari percorsi di studio in Francia. Non perché tutti debbano diventare filosofi, il significato è più ampio: i giovani possono imparare a soffermarsi sul senso della vita, delle parole, della convivenza. 

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