La spesa sanitaria pubblica pro-capite dell’Italia è la più bassa tra i Paesi del G7, e al quindicesimo posto tra i 27 dell’area Ocse, al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media Ocse che a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato i 36 miliardi di euro.

Con questi dati la Fondazione Gimbe traccia un quadro impietoso: «Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dice il presidente Nino Cartabellotta – non è più una questione contabile, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci».

Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora, tuttavia, il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti. «Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’Istat al 1° gennaio 2026 – dice Cartabellotta – il gap complessivo sfiora 36,1 miliardi di euro. È questa la voragine scavata da 15 anni di progressiva erosione delle risorse pubbliche, protratta sotto Governi di ogni colore, che ha lasciato il Servizio sanitario nazionale sempre più a corto di ossigeno rispetto al resto d’Europa, soprattutto dopo la pandemia».

Prosegue Cartabellotta: «L’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7. Ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto, oggi si è trasformato in un abisso»: nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7 con 3.952 pro-capite, meno della metà della Germania (8.726). Il Regno Unito, che condivide con l’Italia il “modello Beveridge”, partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese e rimasto su un trend di crescita contenuto sino al 2019, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia.

«Questi dati confermano che il finanziamento della sanità non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-Manovra. Serve un patto tra tutte le forze politiche che, al riparo dagli avvicendamenti di Governo, fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali, sostenute nel tempo da continuità e volontà politica».

Nel Country Report 2026 della Commissione europea, per la prima volta, le criticità del SSN non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese.

In questo quadro – prosegue Gimbe - diventa ancora più urgente conoscere gli esiti della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal Pnrr: al 1° settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della comunità e 307 Ospedali di comunità. Lo stesso ministero della Salute precisa che sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione delle evidenze necessarie alla rendicontazione dei due target. «Senza dati aggiornati su servizi effettivamente erogati e personale disponibile – commenta Cartabellotta – rimane concreto il rischio, più volte denunciato dalla Fondazione Gimbe, che le nuove strutture restino delle “scatole vuote”: target europei centrati, rate incassate ed edifici realizzati, ma incapaci di garantire quella presa in carico territoriale per cui ci siamo indebitati».

© Riproduzione riservata