Quel veto da Roma alla Giunta col Pci: e per la prima volta la Dc sarda finì all’opposizione
La scomparsa di Franco Rais, presidente nel 1980 di un inedito esecutivo con assessori comunisti, ha ravvivato il ricordo di un passaggio cruciale della politica regionale, deciso dal “niet” di Flaminio PiccoliPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
La recente scomparsa di Franco Rais, presidente della Regione sarda dal 1980 al 1982, ha spazzato via un po’ di polvere dai ricordi delle intricate vicende da cui nacque la sua Giunta: la prima, nella storia dell’autonomia isolana, che vide in squadra alcuni assessori del Pci e invece la Democrazia cristiana all’opposizione. Un passaggio storico, dato che fin dalla prima legislatura la Dc era sempre stata il partito di maggioranza relativa (e lo era anche in quel momento); fino al settembre 1979 aveva anche sempre espresso il presidente. Quest’ultima tradizione era stata interrotta dall’accordo che aveva portato all’elezione, da parte del Consiglio, di un presidente del Psdi, Alessandro Ghinami. Ma pur sempre con una fortissima ipoteca della Dc, che aveva otto assessori su dodici.
Quando si chiuse l’esperimento Ghinami, durato un anno, nessuno pensava che la Dc potesse restare fuori dalla nuova Giunta. Il sistema elettorale allora era totalmente parlamentare, i presidenti venivano indicati da una votazione del Consiglio regionale e non per elezione diretta: era normale che se ne avvicendassero diversi in una stessa legislatura. Ma alle elezioni regionali del giugno 1979 lo scudocrociato aveva ottenuto il 37,7 per cento (davanti al Pci col 26,2) e conquistato 32 seggi su 80. Difficile creare una coalizione di governo senza di loro. Eppure fu quello che avvenne.
Compromesso storico
Franco Rais, in realtà, era stato inizialmente eletto presidente, il 4 dicembre 1980, sulla base di un ampio accordo che avrebbe dovuto condurre a una sorta di compromesso storico in chiave sarda: un esecutivo che comprendesse sia la Dc che il Pci. Ma si era arrivati a lui dopo un veto della segreteria nazionale democristiana. A Roma il dialogo tra i due grandi partiti, voluto soprattutto da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, non era sopravvissuto allo choc dell’uccisione del leader Dc da parte delle Brigate rosse: nel 1980 i governi Cossiga e Forlani avevano segnato il cambio di rotta. Nell’Isola però i morotei, guidati dall’ex presidente della Regione Pietrino Soddu, erano ancora convinti della necessità di un’apertura ai comunisti.
Per questo, dopo le dimissioni di Ghinami, proprio Soddu appariva come la persona più indicata per guidare la nuova Giunta con i rivali storici. Quindi in un primo momento, il 7 ottobre 1980, il Consiglio elesse lui presidente, con l’incarico di formare l’esecutivo. Si parlava all’epoca di “Giunta di unità autonomistica”: ma suscitò molte perplessità. Soprattutto dentro la Dc, che con l’elezione di Flaminio Piccoli alla segreteria nazionale nel febbraio precedente aveva sterzato decisamente rispetto alla stagione del compromesso storico.
Il 15 ottobre Soddu e il segretario regionale Mario Puddu furono convocati a Roma per un colloquio con Gava e Prandini, ma non ricevettero un veto al dialogo col Pci. Sembrava quindi che l’accordo inedito si potesse fare, anche perché i due partiti principali si ritrovavano sul programma esposto da Soddu. Al patto autonomistico avrebbero dovuto partecipare anche i socialisti, il Psd’Az e le altre forze laiche del quadripartito (Psdi e Pri) che a livello nazionale aveva portato negli stessi giorni Arnaldo Forlani a Palazzo Chigi. Ma il 26 ottobre, in extremis, saltò tutto. Era una domenica: il direttivo regionale della Dc si era riunito a Oristano, e nonostante alcuni forti dissensi la maggioranza interna era pronta a dare il via libera definitivo all’accordo col Pci.
Alla vigilia si temeva l’arrivo di un inviato della segreteria nazionale per bloccare tutto, ma non si era presentato nessuno. Invece alle otto di sera, quando il vertice stava per finire dopo quasi sette ore, arrivò la telefonata direttamente di Piccoli. Quando Soddu e Puddu rientrarono nella stanza avevano il volto scuro. Il segretario aveva appena pronunciato quel veto fin lì inespresso. E che, si disse allora, fu probabilmente sollecitato a Roma da parte di qualcuno dei leader sardi delle aree della Dc contrarie all’unità autonomistica, in particolare i dorotei.
A Soddu, a quel punto, non rimase che dimettersi. Dopo nuove lunghe discussioni tra i partiti, e un mandato esplorativo affidato a Mario Puddu senza esiti, si individuò Franco Rais come l’uomo che avrebbe potuto riallacciare i nodi: il consigliere socialista, appena quarantenne, venne eletto presidente il 4 dicembre da un’ampia maggioranza consiliare, che comprendeva sia i democristiani che i comunisti. Per la Dc, il fatto di non essere più in prima fila con la presidenza e lo stratagemma di proporre assessori tecnici aveva consentito di strappare a Piccoli una deroga al veto anti-Pci. Stavolta però le trattative si incagliarono sulle rispettive rappresentanze nell’esecutivo. I democristiani insistevano perché la loro delegazione, benché tecnica, rispecchiasse la forza del gruppo: tradotto, almeno sei assessori. Ma, aggiungendo le richieste degli altri partiti, i conti non tornavano. In un crescendo di tensioni, il Pci arrivò a definire “pretese assurde” quelle dei democristiani, iniziando a fiutare un clamoroso ribaltone. Dall’altra parte, invece, forse si sottovalutò quel rischio, o forse qualcuno lo volle correre scientemente. Sta di fatto che, in una nuova tesissima riunione domenicale dei vertici Dc, il 15 dicembre, prevalse la linea dei dorotei e altre correnti interne, che imposero la rottura delle trattative col Pci riaprendo all’ipotesi di un centrosinistra più tradizionale, con socialisti e laici.
Finale a sorpresa
Rais e il Psi, invece, andarono avanti con gli altri partiti, tranne il Pri che dopo il passo indietro dei democristiani annunciò di volersi astenere. Prima di formare la Giunta il presidente incaricato ebbe l’accortezza di dimettersi, dato che era stato eletto anche con i voti Dc, e di farsi rieleggere dal Consiglio, cosa che avvenne il 20 dicembre. Ottenne 40 voti: 22 dal Pci, 9 del Psi, 4 del Psdi, 3 del Psd’Az e anche quelli dei due esponenti del Partito radicale, che diedero una sorta di appoggio esterno dato che non era previsto il loro ingresso nell’esecutivo.
La fiducia alla nuova Giunta arrivò così in un’insolita riunione consiliare convocata il 24 dicembre. Cinque assessori andarono al Pci (Andrea Raggio, Emanuele Sanna, Gesuino Muledda, Lello Sechi e Paolo Berlinguer), tre ai socialisti (Emidio Casula, Domenico Pili e Francesco Oggiano), due ciascuno al Psd’Az (Mario Melis e Carlo Sanna) e ai socialdemocratici (Pietro Pigliaru e Giorgio Carta). Per la prima volta dal 1949 la Dc sarda era finita nella minoranza. Non ci resterà molto: la presidenza Rais finirà nel marzo 1982, per cedere il passo a una formula più tradizionale guidata da Angelo Rojch. Furono però le prove generali di quello che poi avvenne in seguito alle elezioni regionali del 1984, col “vento sardista” che portò alla presidenza della Regione Mario Melis, leader di un’alleanza Pci-Psi-Psd’Az. Ma questa è un’altra storia: a Franco Rais, scomparso il 24 giugno a 86 anni, nessuno potrà mai rubare il titolo di primo presidente che tolse alla Balena bianca l’egemonia sulla politica sarda.
