Servono giorni, settimane per mettere in fila i tasselli di quel puzzle inquietante che prende forma nei pronto soccorso di mezza Italia, in particolare nelle regioni del nordovest. All’inizio di marzo del 1986 molte persone si presentano in ospedale con strani sintomi che vanno dalla vista annebbiata, alla nausea, alle vertigini, ai crampi addominali. Un ordine sparso, tra giovani e meno giovani, uomini e donne, nessun filo conduttore apparente: emergenze trattate caso per caso con la difficoltà di arrivare a diagnosi precise. Condizioni che in molti casi precipitano in poche ore, portando alla dialisi, alla cecità, alla morte. Solo dopo alcuni giorni quei malori così brutali vengono ricondotti a un’intossicazione alimentare. Ma è l’ingresso ravvicinato di due persone con sintomi simili all’ospedale Niguarda di Milano ad accendere la luce. Le analisi danno riscontri chiari: dietro quegli avvelenamenti c’è l’ingestione di dosi massicce di metanolo. Scatta l’allarme, si scopre che molte cartelle cliniche si assomigliano, con diversi casi simili in Lombardia, Piemonte, Liguria.

Emergenza drammatica

È il 12 marzo quando partono le indagini, mentre l'emergenza sanitaria si fa drammatica. Il bilancio finale di quei giorni di fine inverno è pesantissimo: 23 morti e 15 pazienti rimasti senza vista tra le 153 persone intossicate (molte colpite da gravi danni neurologici). Tutti avevano bevuto un vino da tavola acquistato nei punti vendita di una catena commerciale: era stato prodotto e messo sul mercato da una ditta familiare del Cuneese. Un folle e superficiale piano per alzare artificialmente la gradazione alcolica del prodotto: dosi massicce di alcol metilico al posto dell’assai più innocuo etanolo, presente in tutte le bevande alcoliche. Si indaga per omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime, vengono coinvolti vari produttori e rivenditori. Parte un piano di controlli a tappeto sulle bottiglie di vino in tutta Italia e emerge che l’utilizzo disinvolto del metanolo (pur con dosi inferiori) è diffuso: alla fine saranno una sessantina le aziende vinicole coinvolte nel filone secondario dell’inchiesta. I titolari dell’azienda di Cuneo, padre e figlio, vengono condannati qualche anno dopo a 14 e 4 anni di reclusione.

Il tracollo della filiera

Lo scandalo non è solo sanitario. C’è il danno economico, quello culturale. C’è anche l’effetto devastante sulla reputazione di un’intera filiera. All’estero il vino italiano diventa un’incognita, se non addirittura un prodotto da evitare: alcune dogane fermano le forniture, l’export subisce un colpo durissimo. Nelle nostre case si incrina un rito quotidiano e tradizionale: il bicchiere a tavola. La paura e la mancanza di fiducia generano una psicosi collettiva. La crisi del vino colpisce anche chi non c’entra nulla con la storia del metanolo. Migliaia di produttori senza colpe si ritrovano travolti da un marchio d’infamia. Ad aprile un’ordinanza del ministero della Sanità introduce misure vincolanti per impedire l’immissione sul mercato di vini adulterati. Nei mesi successivi verrà aggiornata più volte. I numeri raccontano un disastro: si perde un quinto del fatturato (mezzo miliardo di euro, al tempo oltre 900 miliardi di lire), le esportazioni in un anno crollano del 40 per cento e soprattutto precipitano del 70 per cento i consumi interni. Quarant’anni dopo l’anniversario di marzo non è solo un capitolo di cronaca nera del passato. È un insegnamento da non dimenticare mai: dietro ogni bottiglia c’è un accordo implicito tra chi produce e chi beve. Nel 1986 quel patto fu tradito, con un prezzo altissimo pagato da persone comuni, ignare, che cercavano solo il conforto di un bicchiere a tavola. E per molte famiglie, tra lutti e invalidità, quella storia non si è mai chiusa davvero. Basti pensare che, sul piano civile, il nodo dei risarcimenti resta ancora un tema aperto.

Lezione imparata

Quell’emergenza fa maturare l’idea che la fiducia si difende con regole, analisi, tracciabilità. Negli anni seguenti si rafforzano controlli e norme,diventano più chiare l’identità dei territori e la catena di produzione. Si costruisce un sistema in cui denominazioni e verifiche costanti tutelano il consumatore e il lavoro agricolo. Per fortuna i giorni drammatici del metanolo sono lontani per una filiera che ha fatto passi da gigante: nel 1986 i vini con i indicazione tipica (Igt, Doc, etc) erano appena il 10 per cento della produzione, mentre ora sono al 60. Le esportazioni si sono moltiplicate per dieci, con un volume superiore agli otto miliardi di euro. Il fatturato complessivo del sistema vitivinicolo è passato da 2,5  a 16 miliardi di euro. 
 

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