La domanda, dopo il ciclone che ha creato danni ingenti anche nell’Isola, i comitati se la sono posta. Che cosa sarebbe potuto accadere se il mare sardo fosse stato già invaso da centinaia di gigantesche pale d’acciaio alte anche 332 metri? La Sardegna fa la conta dei danni provocati da Harry, che si è abbattuto sulle nostre coste con venti a oltre 100 chilometri orari e onde fino a 8 metri. Solo in Gallura i progetti Sardinia North East, Nurax, Poseidon e Tibula minacciano di occupare 800 quadrati di mare, proprio sopra le rotte vitali che collegano l'Isola alla terraferma. «Durante tempeste come quella di questi giorni avremmo assistito oscillazioni paurose», dicono dal comitato gallurese. «Immaginate torri alte quanto tre campi di calcio che ondeggiano seguendo il ritmo frenetico di onde alte 8 metri. Se sotto questa pressione un solo cavo d'ancoraggio dovesse cedere, la turbina si trasformerebbe in una catapulta impazzita, ribaltandosi e trascinando con sé chilometri di acciaio nel caos delle correnti. Una pala di 150 metri, sottoposta a una flessione estrema mentre la torre oscilla, può spezzarsi come un fuscello. Una volta in mare, quel pezzo di vetroresina non affonda: diventa un pericolo invisibile, un proiettile galleggiante di 50 tonnellate alla deriva per settimane. Progettare queste strutture ignorando la dinamica distruttiva dell'oscillazione estrema significa condannarci a navigare in un campo minato». Lo stesso interrogativo è stato sollevato da Davide Fadda, portavoce del Presidio permanente del Popolo sardo: «La nostra contrarietà all’eolico è dovuta anche agli aspetti legati alla sicurezza degli impianti in caso di condizioni meteomarine avverse», dice. «Torri galleggianti di 350 metri nei nostri mari, avrebbero resistito alla tempesta? Qual è il futuro per pescatori, natanti e trasporti marittimi in caso di incidenti? Ricordo che la forza del vento e delle mareggiate hanno sradicato alberi secolari, distrutto strade, divelto porti e trascinato macigni come se si trattasse di bolle di sapone». Fadda sollecita anche una più utile riprogrammazione delle risorse del Pnrr per la messa in sicurezza dei territori e un’oculata distribuzione delle risorse idriche con collegamento dei bacini fra le diverse aree climatiche della Sardegna. «Non sarebbe più utile investire nella messa in sicurezza idrogeologica del territorio e realizzare i collegamenti idrici fra bacini? Mentre milioni di metri cubi d'acqua dolce sono finiti in mare e nella costa Est della Sardegna tracimano bacini ormai colmi, molti invasi delle aree occidentali sono tutt'altro che prossimi alla quota di massimo invaso. Una corretta gestione e programmazione della risorsa idrica, è e dev'essere alla base di qualsivoglia progetto di sviluppo della nostra Regione. Un capillare collegamento fra i diversi bacini idrografici, il rifacimento delle condotte con una razionale implementazione dell'idroelettrico come principale fonte di produzione e accumulo, potrebbero costituire una solida base per una reale e sostenibile indipendenza energetica». Fadda chiude con un monito: «L'inverno meteorologico non raggiungerà mai la gravità di questa brutta, bruttissima stagione speculativa, motivo per il quale, giorno dopo giorno il popolo sardo dovrà dotarsi delle capacità di affrontare il vero maltempo».

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