«Temo che finirò per diventare femminista, è necessario. Credo che finiremo per arrivarci tutti. Può restar sempre la donna in queste condizioni? Ha bisogno di libertà, di luce, di dare alla propria coscienza la responsabilità di sé stessa, non affidarla a chi spesso non è degno, o per cattiveria o per inettitudine. La donna ha un posto nella società. Ella deve occuparlo». Queste parole pronunciate nel 1914 sono di Grazia Deledda e aiutano a cogliere la modernità della scrittrice nuorese, unica italiana a fregiarsi del premio Nobel per la letteratura. L’anno deleddiano, inaugurato a Nuoro il 14 febbraio alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per celebrare il centenario del Nobel, sembra dissolvere le critiche ingenerose che per molto tempo confinano la scrittrice ai margini, bollata come folclorica e ottocentesca. Risplende invece la forza della sua modernità su cui concordano gli studiosi riuniti al teatro Eliseo di Nuoro per l’avvio delle celebrazioni.

Grazia Deledda

«Fu moderna per la sua volontà e capacità di autodeterminarsi, come scrittrice e come donna: la vita e l’opera stanno lì a dimostrarlo», spiega Dino Manca, docente di filologia all’università di Sassari, che nel teatro Eliseo cita le parole del 1914 pronunciate dalla Deledda. E aggiunge: «In lei abbiamo letto l’ambizione della fanciulla, la caparbietà dell’autodidatta, l’ostinato desiderio di riuscire a realizzare i suoi sogni anche a costo di entrare in conflitto con il suo mondo di appartenenza. Ma anche l’anelito ardente di futuro, la predisposizione ad accogliere tutta la modernità della vita del mondo, la ferma volontà di costruirsi da sé, di scrivere da sola il proprio destino».

Anche Stefania Lucamante, dell’università di Cagliari, evoca la modernità associata a una spinta trasgressiva come si coglie in un’opera simbolo: Marianna Sirca. «In queste pagine la spinta trasgressiva si fa carne», sottolinea la docente di letteratura italiana che allargando lo sguardo alla produzione deleddiana richiama «l’impulso trasgressivo nella costruzione dei personaggi femminili: sono delle balenti, delle personagge, delle figure costruite molto sapientemente in cui rientra la tradizione della communitas, però emerge questa spinta trasgressiva che porterà l’autrice a una conoscenza di quelli che sono i diritti della donna e del femminismo di prima ondata».

Mattarella saluta il relatori: da destra, Dino Manca, Neria De Giovanni, Marcello Fois e Stefani Lucamante

Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione dei critici letterari, ricorda il percorso di una scrittrice candidata per ben 12 volte al premio Nobel, a partire dal 1913, per far capire che quel riconoscimento non arriva per caso. «La stessa Deledda era al corrente delle candidature ed era soprattutto consapevole che le molte traduzioni all’estero favorivano la conoscenza delle sue opere», sottolinea De Giovanni che tiene anche a richiamare il saluto rivolto dalla Deledda durante la cerimonia solenne del 10 dicembre 1927 per ritirare il premio a Stoccolma: «Io non so fare discorsi. Mi accontenterò di ringraziare l’Accademia svedese per l’altissimo onore che nel mio modesto nome ha concesso all’Italia e di ripetere l’augurio che i vecchi pastori in Sardegna rivolgevano ai loro amici e parenti nelle occasioni solenni: “Salute”». Sul web invece circola un altro messaggio, con la voce sì della Deledda, ma registrato nel 1934 da Gavino Gabriel, originario di Tempio, allora direttore della Discoteca di Stato: «Sono nata in Sardegna, la mia famiglia è composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca».

Il filo della modernità emerge anche quando lo scrittore Marcello Fois, concittadino della Deledda, parla della “piccola Atene sarda”. «Grazia non è stata un caso, è nata in una famiglia e in un ambiente dove in ottemperanza alla gestione matricentrica del nucleo familiare essere donna non era esattamente un privilegio». Spiega: «L’istruzione non era un diritto, soprattutto per le femmine alle quali se di buona famiglia era richiesto tutt’al più di saper firmare e fare di conto, funzioni per cui poteva bastare la quarta elementare. È storia che Grazia fa la quarta elementare due volte perché cresciuta in un ambiente progressista». E poi: «Niente è più nuorese che ipotizzare la modernità senza l’obbligo di abbandonare le radici. Abbiamo molti difetti ma questo pregio: sempre stati lungimiranti pur confinati nello spazio dell’arcaico, sempre convinti che nonostante ci definissero confine estremo eravamo centro. E questo prima che nascesse la Deledda. È possibile dunque che anche questo posto abbia contribuito all’ottenimento del premio dei premi e che tutto quanto ne è conseguito: diventare Provincia e capoluogo, punto di attrazione per la migrazione interna, polo culturale acclarato per l’intera regione».

Il presidente Mattarella al teatro Eliseo di Nuoro

L’anno deleddiano, definito dal sindaco Emiliano Fenu «anno di studio, di incontri, di creatività, di partecipazione, nel nome di una grande donna che continua a parlarci e a guidarci», segna così la riscoperta della scrittrice di cui Mattarella confessa di essere lettore già da tempo e lui stesso, nel saluto a Nuoro, parla di «perenne modernità dell’opera di Grazia Deledda».

«Senza proclami ideologici, Grazia Deledda costruisce una riflessione sulla condizione femminile che precede il linguaggio dell’emancipazione ma ne incarna la sostanza. Nel 1909, quando alle donne non era riconosciuto il diritto di voto, si candida provocatoriamente con i radicali, alle elezioni politiche nel collegio di Nuoro», ricorda Alessandra Todde, presidente della Regione, nuorese anche lei, richiamando forza e tenacia di una donna capace di andare lontano, nei percorsi universali e senza tempo della letteratura.​​​​​​​

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