Medici in fuga dagli ospedali
L’allarme di Fadoi: in Italia pesanti carichi di lavoro e scarse aspettative di carriera hanno già spinto12mila professionisti a lasciare il servizio pubblicoPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«Il rischio della desertificazione degli ospedali è dietro l’angolo». Così Andrea Montagnani, presidente Fadoi (la Federazione dei medici internisti italiani), ha lanciato l’allarme nei giorni scorsi, durante il congresso nazionale che si è tenuto a Rimini, con la presentazione di un’indagine che restituisce un quadro preoccupante.
«Carichi di lavoro a volte insopportabili e incompatibili con un minimo di vita privata e familiare, scarse aspettative di carriera e condizioni contrattuali non degne della professione, hanno già spinto circa 12mila medici negli ultimi anni ad abbandonare il servizio pubblico», sottolinea. «Un vuoto che diventerebbe voragine se ora decidesse di passare dalle intenzioni ai fatti soltanto un terzo di quel 57% che ha manifestato l’idea di lasciare o per il pensionamento anticipato o per il privato oppure per l’estero».
La carenza di personale, nei Pronto soccorso e negli altri reparti, è indicata come una priorità sulla quale intervenire da oltre il 57% dei medici. Le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci e questo spinge il 26,4% dei medici a pensare di lasciare anticipatamente il lavoro, mentre il 20,2% pianifica la fuga verso il privato, se non proprio all’estero (il 10,1%).
Oggi – continua la survey – il 65,4% degli internisti ospedalieri vive almeno una volta una condizione di “burnout”, che porta con sé stanchezza cognitiva, più errori diagnostici e peggiore comunicazione con i team sanitari e con i pazienti.
Come tutto ciò finisca per mettere a rischio la salute dei ricoverati lo evidenzia uno studio della John Hopkins University School of Medicine, che rileva come il 36% dei medici in burnout commetta almeno un errore grave all’anno. Percentuale che, proiettata sui numeri italiani, si sostanzierebbe nel rischio di 20mila errori gravi compiuti dai medici, 70mila e oltre da parte degli infermieri per un totale di circa 100mila errori sanitari l’anno.
A spingere i medici fuori dall’ospedale sono le peggiorate condizioni di lavoro dentro i reparti, giudicate tali dal 49,5% dei medici internisti e “molto peggiorate” dal 19,7% di loro, mentre chi vede le cose meglio di prima è soltanto il 14,9%.
Diverse le ricette fornite dai medici per migliorare qualità dell’assistenza e condizioni di lavoro. Potendo dare anche due risposte, il 57,2% ha indicato come prioritaria l’assunzione di personale medico e infermieristico. Ma l’opzione più gettonata dal 61,5% è la riclassificazione delle medicine interne da bassa a medio-alta intensità di cura. Un riconoscimento della complessità dei casi già oggi trattati dalle Unità operative dove restano assistenza gli internisti, che dovrebbe coerentemente tradursi in maggiori dotazioni di letti, personale e tecnologie sanitarie.
Per il 34,6% tra le priorità ci sarebbe invece garantire un maggiore coordinamento e la continuità assistenziale tra ospedale e territorio, mentre il 17,8% indica l’offerta di maggiori opportunità di carriera e appena il 3,9% il rinnovamento del parco tecnologico ospedaliero.
Poco attrattive anche le case di comunità, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del Pnrr dove dovrebbero lavorare al fianco medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di decreto legge presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine Fadoi sembra suscitare interesse nel 18,8% dei medici internisti, che per la loro visione a 360 gradi dei pazienti con pluricronicità sarebbero probabilmente tra gli specialisti ospedalieri più indicati a supportare l’attività assistenziale delle nuove strutture territoriali.
Dunque, «tra le priorità, secondo gli stessi medici internisti – prosegue il presidente Fadoi – c’è quella di assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne e, che più di altre specialità si fanno carico di pazienti fragili e complessi. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte. Come indicano i dati allarmanti sul burnout ne va della salute dei medici, ma in primis della qualità delle cure».
