Dipendenti sempre più anziani, nessun ricambio generazionale nelle aziende, giovani che “scompaiono”, talenti che emigrano, competenze introvabili, sistema pensionistico insostenibile. L’invecchiamento della popolazione non è soltanto un problema demografico, con i paesi deserti e tristi, ma una bomba a orologeria per il mercato del lavoro, l’economia in generale e il welfare.

Nel giro di dieci anni, le previsioni stimano una perdita di circa 150.000 lavoratori nella fascia tra i 15 e i 64 anni, un calo del 15,1%, che fa della Sardegna la regione più colpita in Italia. E la situazione è destinata a peggiorare. Il campanello d’allarme sta suonando da tempo, ma ora le imprese hanno serie difficoltà a trovare personale, sia di alto livello che per svolgere mansioni meno qualificate.

Confartigianato avverte che oltre una posizione su due ricercata nelle attività produttive resta scoperta. Secondo gli ultimi dati del sistema Excelsior di Unioncamere e ministero, nel 2025 le imprese dell’Isola faticano a reclutare il 55,5% degli impiegati le tecnologie digitali, intelligenza artificiale, cloud computing, Industrial Internet of Things (IoT), data analytics e big data, realtà virtuale e aumentata e blockchain. Rispetto al 2024, la carenza è in aumento per tutti i settori.

Riccardo De Lisa, economista dell’Università di Cagliari, parte da una premessa: «Il mercato del lavoro cambia in continuazione, ci sono professioni che si chiudono e altre che si aprono, i tempi cambiano rapidamente, e ciò che conta è stare “sul pezzo”».

Detto questo, la glaciazione demografica «coinvolge tutta l’Italia e altri Paesi europei, e si risolve con un’immigrazione qualificata. Sono necessari accordi nazionali e internazionali per favorire e sviluppare l’entrata di giovani stranieri, dobbiamo essere “attrattivi”, anche l’Isola può essere la pista d’atterraggio per ragazzi che arrivano dall’Africa, da zone, come ad esempio il Ghana, dove si trovano competenze sui servizi bancari, finanziari, tecnologici, nelle telecomunicazioni. L’attrattività è un elemento forte dello sviluppo economico, anche regionale, ed è urgente creare queste condizioni, altrimenti lo squilibrio tra chi lavora e chi è in pensione ricadrà pesantemente sul bilancio pubblico».

Ma il deficit di cervelli e braccia si fa sentire anche sull’occupazione dei settori tradizionali, spina dorsale dell’economia della Sardegna. «Nelle nostre aziende artigiane cresce il lavoro ma aumenta la mancanza di figure professionali adeguate», dice Giacomo Meloni, presidente di Confartigianato, «per questo c’è sempre urgenza di una strategia sistemica che possa invertire questo preoccupante trend sfavorevole all’intero sistema economico sardo».

Mancano all’appello migliaia di muratori, personale per servizi di pulizia, autisti di mezzi pesanti, elettricisti, meccanici e manutentori di automobili, idraulici, autisti di taxi e furgoni, panettieri e pastai, estetisti e truccatori. «L’edilizia, per dire, è un settore che vive di lavoro umano, competenze pratiche ed esperienza diretta. Quando muratori, carpentieri e capicantiere vanno in pensione senza essere sostituiti, la capacità produttiva delle imprese si riduce. L’invecchiamento delle maestranze incide anche sui costi. E una forza lavoro in età avanzata è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese».

L’età elevata

Secondo un recente studio della Cgia di Mestre, oggi un dipendente del privato su tre ha superato i cinquant’anni. Nell’Isola, su un totale di 383.643 lavoratori, 126.992 sono over 50 (il 33,1%, contro il 32,7% del complesso del Paese), e l’età media è di 42,23 anni.

Giorgio Delpiano, presidente regionale di Confapi e vicepresidente nazionale Aniem, sottolinea che «la difficoltà di reperire manodopera nell’edilizia, ma anche nel turismo e nell’agroalimentare, è diventato un problema molto serio nell’Isola. La popolazione invecchia e non c’è ricambio generazionale nelle professioni che richiedono lavoro manuale e competenze acquisite sul campo. Stiamo assumendo extracomunitari, che però, oltre all’apprendimento della lingua, devono essere formati adeguatamente. Dunque, bisogna investire nella formazione mirata e nella sicurezza. Inoltre, dobbiamo anche ridare appeal a lavori considerati faticosi, che i nostri giovani non vogliono più fare perché mal si conciliano con la vita privata: incidendo sul salario, sperimentando la settimana corta e l’orario ridotto».

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