C’è qualcosa di stantio e masochista nel mondo del calcio. A cominciare dai suoi vertici. Qualcosa che spinge i protagonisti (giocatori, allenatori, presidenti dei club, dirigenti della federazione) a farsi del male da soli e ad alienarsi le ormai poche simpatie di tifosi e anche semplici osservatori di uno sport che, definito il più bello del mondo, in Italia sta perdendo a grandi passi terreno nei confronti di altre discipline meno diffuse e ricche ma percepite come più vere. Comunque meno patinate.

Professionisti e dilettanti

È possibile sentire il massimo dirigente nazionale di un movimento che appassiona milioni di sportivi pontificare sulle maggiori difficoltà di una disciplina definita “professionistica” rispetto alle più semplici (da gestire, parrebbe di capire) parenti “dilettantistiche”? Cioè tutte, a sentire parlare Gabriele Gravina, ormai ex numero 1 della Figc, al vertice di una carrozzone capace di bucare per la terza volta di fila la qualificazione a un Mondiale di calcio.

Un manager che cerca di giustificare un epocale fallimento (mai vista una Nazionale quattro volte campione non partecipare per oltre vent’anni alla più importante competizione planetaria del pallone) sostenendo di fatto che una disciplina che movimenta miliardi di euro tra diritti televisivi e fondi pubblici (senza considerare le cifre spese nella compravendita di giocatori) abbia tanti più problemi di parenti meno abbienti. Valutazione che si commenta da sola.

La risposta come tutti sanno è sì: è possibile, perché è esattamente quel che Gravina ha detto all’indomani dell’ennesima apocalisse calcistica italiana, la devastante sconfitta ai playoff con una Bosnia tecnicamente inferiore ma caratterialmente a passionalmente superiore. In fin dei conti non una reale sorpresa, perché se si è arrivati a giocare per la terza volta una partita del genere – uno spareggio per accedere al Mondiale – significa che il livello del pallone azzurro è proprio questo.

Le illusioni

Illusorie furono le vittorie del 2006 (Coppa del Mondo), nel pieno marasma calciopoli, e soprattutto del 2021 (Europeo), un allineamento mai visto e presumibilmente irripetibile degli astri calcistici. In questi vent’anni sono state un’eccezione nel mezzo della nuova regolarità: l’eliminazione al primo turno del 2010 in Sudafrica e del 2014 in Brasile, le débâcle già nelle qualificazioni per i tornei del 2018 (Russia), 2022 (Qatar) e 2026 (Usa, Canada, Messico). Mentre per il torneo continentale possiamo vantare un quarto di finale nel 2008, un secondo posto nel 2012 (con sconfitta per 4-0 contro la Spagna), un quarto di finale nel 2016 e un ottavo di finale nel 2024 (col 2-0 della Svizzera alla formazione dell’allora ct Spalletti). Non una festa.

Italia-Svizzera all'Europeo 2024 (Ansa)

Sono preistoria le Nazionali del 1970 (finale con Brasile del grande Pelè), del 1978 (la prima di Bearzot), del 1982 (campione), del 1990 (le notti magiche), del 1994 (la finale di Pasadena col Brasile). Non nascono più i Riva, i Rivera, i Rossi, i Mazzola, i Baggio, i Del Piero, i Totti. Ma neanche i Facchetti, i Burgnich, i Gentile, gli Scirea, i Baresi e Maldini. Oggi abbiamo i Bastoni e le sue esultanze smodate e censurabili dopo aver clamorosamente simulato un fallo, i Mancini sempre pronti a litigare in campo, i Donnarumma che, pur capace tra i pali e meno coi piedi, dopo il ko nella partita più importante della stagione riesce a polemizzare con gli avversari per chissà quale torto (presunto) subito.

Riva e Rivera dopo il gol del 4-3 dell'Italia sulla Germania nella semifinale dei Mondiali del '70 in Messico (Ansa)

Cattive abitudini

Ci sono i giocatori che rotolano a terra dopo ogni minimo contrasto per spingere l’arbitro ad ammonire o espellere il rivale; quelli che prima del rinvio da fondo campo sistemano fintamente per bene e a lungo il pallone sulla linea cercando la sua giusta posizione, sai mai che poi gente pur abituata (?) a calciarlo ogni giorno faccia cilecca e manchi il bersaglio; quelli che prima di una rimessa laterale fanno passare 20 secondi in cerca del compagno giusto cui affidare l’attrezzo; quelli che non fanno un passaggio in avanti neanche se glielo ordina il medico; quelli che pensano il regista sia il portiere. E quelli, più o meno l’80 per cento del totale, che a ogni fischio ritenuto sbagliato circondano l’arbitro e protestano, urlano, imprecano, a volte insultano, bestemmiano, cercano di fare pressioni.

Roberto Baggio dopo il rigore fallito contro il Brasile nella finale mondiale del 1994 negli Usa (Ansa)

Questo è il calcio italiano oggi, ma non da oggi. Da qualche decennio. Tanti giocatori, allenatori e dirigenti (non tutti, certamente), supponenti, arroganti e in fin dei conti poco capaci, strapagati, vezzeggiati senza motivo e causa del tracollo attuale. Non è un caso che nessuna squadra italiana quest’anno sia andata avanti in Champions League, massima competizione calcistica continentale. E anche i picchi raggiunti in un passato recente e un poco più datato da Inter e Juventus, arrivate in finale e sconfitte nel 2025, nel 2023, nel 2017 e nel 2015, possono essere serenamente archiviati come incidentali. Frutto di momenti positivi passeggeri e, soprattutto, di formazioni piene di stranieri. Alcuni di gran qualità, altri di livello medio, in parte trascurabili. Italiani? Pochi, pochissimi.

Totò Schillaci con la maglia azzurra nei Mondiali del 1990 (Ansa)

Italiani e stranieri

Come nella gran parte delle squadre di Serie A. Il Como delle meraviglie quest’anno ha 11 titolari stranieri. Sui 572 giocatori nella massima serie, oltre 380 sono forestieri. Ovvio che in certe condizioni sia complicato far crescere i futuri campioni e quindi costruire una Nazionale dignitosa. Solo il Cagliari e la Fiorentina hanno una rosa per la grande parte azzurra.

E così, mentre nelle scuole calcio si insegna la tattica e la tecnica si mette da parte, lo sport più seguito al mondo rischia di finire nelle retrovie. A vantaggio di altri meno visibili, meno pubblicizzati, meno enfatizzati (anche nelle telecronache: si può serenamente sorvolare sui toni epici di giornalisti e seconde voci anche in occasioni di partite veramente inutili) ma che, sotto traccia, con fatica e volontà, arrivano al risultato.

Atletica, nuoto, tennis, rugby

Per dire: l’atletica capace di far esaltare l’Italia alle Olimpiadi del 2021 con Tamberi e Jacobs, Tortu, Desalu e Patta, solo per citare i successi più eclatanti; il nuoto con campioni quali la divina Pellegrini e, tra gli altri (presenti e passati), Paltrinieri, Magnini, Fioravanti, Quadarella, Ceccon; il rugby, con la Nazionale capace di entrare nel 6 Nazioni e, dopo tanti bassi, risorgere quest’anno conquistando due successi; e il tennis, esempio principale di cosa significhi costruire dalla base con fatica (grazie a un manager cagliaritano) ripartendo da zero fino a conquistare la vetta del mondo, arrivando a competere per diffusione e introiti proprio con il calcio.

Caso eclatante, quest’ultimo: sono serviti oltre vent’anni di lavoro per arrivare ad avere il numero 1 Atp e altri tre tra i primi venti. Mai successo, neanche ai tempi di Pietrangeli e del quartetto che vinse la prima Davis con Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli. Due decenni cominciati quanto la racchetta italiana era ridotta in macerie. Si è azzerato tutto, si è ricostruito e si è arrivati in cime. «Oggi il mito è Sinner, non il calciatore»: non lo ha detto Angelo Binaghi, presidente della Federazione italiana tennis e padel (e ne avrebbe pur i motivi); lo ha sottolineato Dino Zoff, portiere campione del mondo nel 1982. Il quale poi ha suggerito di «ridurre il numero di giocatori non italiani».

Parere condiviso dalla maggioranza degli addetti ai lavori che però, pur esperti, valutano dall’esterno e non hanno potere decisionale. Come Rivera, primo pallone d’oro italiano, secondo cui «dovrebbero giocare al massimo tre stranieri nei nostri club» e, riguardo il futuro ct, boccia l’ipotesi di un ritorno di Mancini: «Quando è scappato in Arabia ha preso la sua decisione. Spero non torni sulla nostra panchina». Difficile non essere d’accordo.

L'ex ct Roberto Mancini (Ansa)

Il calcio italiano oggi è in queste condizioni. Avrà la forza e il coraggio di comportarsi di conseguenza? È necessario, dubitiamo lo farà. Intanto le nuove generazioni non sanno cosa significhi giocare un Mondiale e, forse, tra qualche anno non sapranno neanche cosa è stato, e cosa è, quello sport. Auguri.

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