La prossima battaglia ambientale globale avrà un nemico colossale e potente: i grandi data center dell’intelligenza artificiale. Enormi strutture che consumano territorio ed energia, producono rumore e hanno bisogno di moltissima acqua per funzionare, in particolare per il raffreddamento. Ovunque le si collochi, hanno un impatto molto pesante. E infatti in mezzo mondo stanno già proliferando le cause giudiziarie e i comitati contro l’insediamento dei nuovi server giganteschi. Un recente rapporto della London School of Economics, citato dal Guardian, ha fatto il punto sulle controversie legali avviate in 62 Paesi in materia ambientale: la nuova tendenza, in rapida crescita, riguarda proprio le opposizioni ai data center.

È una questione interessante anche perché incrocia alcune curiose contraddizioni del nostro tempo. La prima è che spesso non ci rendiamo conto di quanto il mondo che definiamo “virtuale” (la telematica, internet, le riunioni a distanza, il cloud) richieda in realtà il supporto molto materiale dei server: capannoni pieni di armadi a loro volta strapieni di schede di calcolo che fanno funzionare tutti i software che utilizziamo quotidianamente, dalle email a Zoom ai giochi elettronici e così via.

Dimensioni ciclopiche

Non sono nati con l’intelligenza artificiale, e il loro impatto ambientale era già consistente e arcinoto. L’IA però presuppone capacità di calcolo assai maggiori, e quindi strutture ancora più grandi. Quelle cosiddette hyperscale, la taglia XXL dei data center, possono superare il milione di metri quadri: che è come dire un quadrato con un chilometro di lato. E già questo fa capire quanto sia complicato collocarle. Poi però quegli armadi pieni di schede e circuiti devono essere alimentati elettricamente e inoltre tendono a scaldarsi parecchio, quindi hanno bisogno di sofisticati sistemi di raffreddamento che impiegano acqua in abbondanza. Un rapporto diffuso all’inizio di giugno 2026 dall’Onu ha calcolato che nel 2030, cioè praticamente domani, per alimentare i data center dell’IA servirà il triplo dell’energia elettrica oggi consumata annualmente da Nigeria, Pakistan e Bangladesh messi assieme (650 milioni di persone in totale). E per quanto riguarda l’acqua, si ipotizza un consumo superiore ai 9mila miliardi di litri in un anno: cifra che detta così risulta incomprensibile, ma secondo l’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute, che ha curato la ricerca per le Nazioni Unite, equivale al fabbisogno domestico annuale di un miliardo e trecento milioni di abitanti dell’Africa Sub-Sahariana.

Bastano queste cifre a far capire quanto sia serio il problema della sostenibilità delle mega infrastrutture che supportano l’intelligenza artificiale. E qui spunta l’altra cruciale contraddizione sull’argomento: anche chi è sensibile al tema dell’impatto ambientale dell’IA difficilmente può fare a meno dei suoi servizi, che a volte utilizziamo quasi senza accorgercene, basta fare una richiesta su un motore di ricerca. Ma se anche qualcuno potesse rinunciare a tutto questo, per minimizzare il proprio impatto personale dovrebbe rinunciare alla sua intera vita digitale: basta andare in vacanza e scattare delle foto col cellulare, solitamente salvate in un cloud, per occupare uno spazio in un server comunque energivoro e idrovoro.

Un'immagine simbolo del lavoro con l'intelligenza artificiale

Per altro, il continuo sviluppo dei sistemi di IA richiede sempre nuovi data center. Il nord della Virginia è forse l’area al mondo che attualmente ne registra la maggiore concentrazione, per cui è comprensibile che si sia scatenata la preoccupazione dei movimenti ecologisti. In un documentario di Francesca Forcella per Wired Italia, Chris Miller, presidente dell’associazione ambientalista Piedmont Environmental Council, ha affermato che “nella contea di Loudoun abbiamo circa 150 edifici di quel tipo, con un carico energetico simile a quello di cinque reattori nucleari. C’è un impatto diretto sul consumo di acqua, sul territorio, sulle comunità. Questo settore è abituato a un ritmo di innovazione molto rapido, che però ora si sta scontrando con i limiti fisici di quella velocità. Stiamo raggiungendo i limiti per l’uso del suolo, dell’acqua, dell’energia”.

Numerose vertenze

Ecco perché in vari territori stanno nascendo contenziosi contro l’insediamento di nuove strutture. Non è solo sindrome Nimby: ci sono casi in cui si rischiano danni seri e irreparabili. È ancora il Guardian a citare l’emblematica storia di Cerrillos, in Cile, dove i comitati locali e il consiglio comunale hanno avviato una causa per stoppare un mega server di Google in una zona già alle prese con una grave crisi di approvvigionamento idrico. Un altro fronte caldo delle vertenze ambientali è l’Irlanda, dove si calcola che questo settore consumi già più di un quinto dell’elettricità del Paese.

Questi casi confermano che le grandi compagnie stanno cercando nuovi territori nel pianeta (Italia compresa) per costruire i loro centri di raccolta dati, anche se al momento – stando ai numeri riportati in un recente articolo del Post – gli Usa ospitano ancora il 38% dei circa 10.500 già esistenti al mondo. Ma è una cifra in continua crescita, anche perché la forte domanda li rende un ottimo investimento per chi li costruisce. Sempre il Post però pone un dubbio rilevante: che questa corsa alla costruzione di server sia persino eccessiva e possa tradursi in una bolla destinata a scoppiare rovinosamente, come già accaduto in questo secolo nei settori del digitale e dell’immobiliare. Il rischio potrebbe derivare da una frenata generale dell’IA (che per ora non si vede, ma che qualcuno teme), e soprattutto dalla possibilità che la tecnologia trovi soluzioni di gestione dei dati meno voluminose: questa del resto è la storia dell’informatica, visto che oggi il microchip di un cellulare è più potente dei primi computer che occupavano stanze intere.

Se davvero dovesse esplodere la bolla dei data center, ci ritroveremmo mezzo mondo occupato da casermoni orrendi e ormai inservibili, con ambienti ormai deturpati e costi di bonifica spesso insostenibili: uno scenario da disastro post atomico che finora abbiamo visto solo nei film apocalittici. Speriamo che resti confinato nei cinema.

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