La Luisona compie 50 anni: ma quel Bar Sport parla ancora di noi
Nel marzo 1976 arrivò in libreria l’opera prima di Stefano Benni: una geniale Spoon River umoristica che raccontava un’Italia in grande cambiamento. Arcangeli: “Anticipò il postmoderno”Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Non basta l’invenzione geniale della Luisona a spiegare perché, da cinquant’anni, amiamo Bar Sport. L’opera prima di Stefano Benni arrivò nelle librerie nel marzo del 1976, e nel frattempo in Italia tutto è cambiato. Eppure quell’opera continua a parlare di noi.
Se per caso un connazionale avesse lasciato proprio allora questo Paese, acquistando un libro come ultimo atto prima dell’addio, e magari avesse messo in valigia appunto Bar Sport, ritornando oggi in patria dopo mezzo secolo troverebbe un contesto difficilmente riconoscibile. Forse però, dopo lo smarrimento iniziale, osserverebbe che in fondo, tra i tavolini e il bancone, i protagonisti sono sempre gli stessi. Il professore, il tecnico, il playboy; il nonno da bar, il ragioniere innamorato della barista ma destinato a essere rimpiazzato da un fornaio muscoloso. Il meccanico che, prima ancora di conoscere il problema che vi ha portato nella sua officina, dice in automatico “non è pronto, sarà pronto martedì”.
L’unica che non c’è più probabilmente è proprio la Luisona, la pasta immangiabile che risiedeva nella vetrinetta del locale da così tanto tempo da essere diventata ormai una compagnia abituale per gli avventori. Ora si trovano quasi ovunque quei prodotti precotti senza infamia e senza aroma, che lasciano sempre un senso di occasione sprecata. Ma gli ingredienti umani del bar italico restano intatti.
Oggetto di culto
Benni aveva solo 28 anni quando diede alle stampe questa sorta di Spoon River in chiave umoristica, ma doveva averne passati la gran parte a osservare la vita snodarsi tra cappuccini e Campari, a giudicare dalla precisione entomologica con cui descrive i suoi perdenti felici. Riesce a riderne senza giudicarli, perché è uno di loro, potrebbe essere uno qualsiasi di loro. E infatti ogni tanto esce allo scoperto come io narrante, ma quasi per distrazione, perché poi ritorna subito a mimetizzarsi nella folla del bar, a volte dietro un “noi” impersonale.
Dev’essere per questo che il suo volume continua a essere oggetto di culto dopo così tanti anni, almeno per chi non è più giovanissimo: in quei postacci che sanno di birra e caffè ci siamo stati tutti, il suo sguardo ironico potrebbe essere il nostro, se solo sapessimo esprimerlo così bene. I segni del tempo, semmai, si notano nelle descrizioni di contorno, ma tutto sommato aggiungono fascino all’opera: certo, quella società per molti versi ancora postbellica non c’è più, però proprio per questo riprendere oggi in mano Bar Sport è come fare un carotaggio nelle stratificazioni dei nostri ricordi. La contesa per il telefono a gettoni nel retro del locale, le sigarette, il conto del barbiere da ottomila lire, i cinema vietati ai minori, le signore con la pelliccia di volpe che consumano bigné.
Cartoline dal passato, ma in una lingua che resta invece alquanto moderna. E presenta già le caratteristiche essenziali dello stile che accompagnerà Benni (scomparso nel 2025 a 78 anni) fino alle ultime opere. “Sì, ci sono alcuni tratti che lui si è portato dietro fin dalle origini e che rendono il suo stile molto riconoscibile”, conferma Massimo Arcangeli, docente di Linguistica dell’Università di Cagliari, autore in passato di alcuni studi sullo scrittore bolognese: “Per esempio la parodia, o la capacità di creare strani dialoghi o brani con una mescolanza di lingue, il latino con lo spagnolo, l’italiano col napoletano, e così via. Un’altra serie ricorrente potremmo definirla gergal-giovanile-metropolitana, perché passa attraverso usi linguistici tipicamente giovanili, della sua generazione, e che però poi lui ha conservato”.
Non è facile rinchiudere la sua fantasia in uno stile letterario, ma secondo Arcangeli “già in quell’esordio Benni andava nella direzione che poi avremmo definito come postmoderno. Aveva capito che cresceva nel mondo, e nell’Italia di quel periodo, un disordine di fondo. E lui tentava di porvi rimedio cercando di far sì che quel caos andasse verso una direzione in cui lo si potesse comprendere. Nel suo racconto appare davvero tutta l’Italia del tempo, come un flusso inarrestabile di cose e persone da raffigurare”. Un altro aspetto interessante, continua il professore, è che “per lui il modo per arrivare a decifrare almeno in parte quel caos era il sound. Il suono. L’idea che quel flusso disordinato potesse essere recuperato nel suono delle parole. Lo vediamo nel modo, tutto suo, di elencare oggetti in rapida successione, di costruire una lingua originale fatta di tante parole nuove, di tanti accostamenti originali”.
La forza del pensiero debole
Certo, per il lettore medio il “postmoderno” Benni risulta molto più accessibile di alcuni venerati maestri internazionali della categoria, affascinanti ma senz’altro più ostici. E questo perché, argomenta Arcangeli, “mentre alcune espressioni di quel postmoderno si sarebbero appropriate di riflessioni che andavano verso il pensiero forte, lui invece aveva capito che doveva procedere nella direzione opposta: quella di un pensiero debole che lo riportasse al mondo reale, in difesa di una visione del mondo che ai suoi occhi era anche tragica. Aveva intuito che, se si voleva essere postmoderni, era necessario provare a ricostruire qualcosa sulle macerie del mondo precedente, ma in maniera che fossero percepibili da un pubblico il più ampio possibile”.
Forse nasce da qui la scelta di mettere in pratica un tipo di scrittura fortemente umoristica, che in parte ne ha condizionato anche la sua considerazione come autore: come se fosse (lui come altri) un esponente di una letteratura minore. Ma è un errore di prospettiva: se Calvino si era fatto carico di raccontare l’alienazione dell’uomo moderno nell’Italia apparentemente felice del boom economico, Benni scorta il lettore dentro una nuova fase della storia nazionale, che è un po’ quella del risveglio dal sogno di un facile benessere. E non c’è niente di “minore” in questo, forse non c’è neppure niente da ridere. Uscendo dal Bar Sport, i personaggi di Benni – tragici, grotteschi, picareschi – si confondono in una folla metropolitana che ne attutisce le differenze, ne cancella colpe e virtù: sono attori di una recita obbligata, comparse della quotidianità. E noi che li guardiamo e sorridiamo, sentendoci dalla parte della normalità, talvolta dimentichiamo che i personaggi del Bar Sport, in realtà, siamo noi.
