La donna sarda morta nella strage di Bologna e il processo all’ex terrorista Nar
La difesa di Gilberto Cavallini ha chiesto nuove indagini sui resti umani riesumati dalla tomba di Maria Fresu, uccisa dalla bomba alla stazione il 2 agosto del 1980 insieme alla figlia Angela di neanche 3 anniPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Un lembo di volto, un Dna che non coincide, una giovane madre sarda morta con la sua bambina. A quarantasei anni dalla strage di Bologna, il nome di Maria Fresu torna in un’aula di giustizia. Il 15 ottobre la difesa di Gilberto Cavallini, l’ex terrorista dei Nar condannato definitivamente all’ergastolo per concorso nell’attentato, ha ribadito la richiesta di nuove analisi sui resti riesumati dalla tomba della donna, originaria della Sardegna, a Montespertoli. La Corte d’appello si è riservata. Dietro l’istanza c’è l’obiettivo di cercare elementi per una revisione del processo e riproporre una ricostruzione internazionale dell’esplosione, alternativa alla matrice neofascista accertata dalle sentenze.
La richiesta
Maria aveva 24 anni. Era nata a Nughedu San Nicolò, nel Sassarese, e viveva a Gricciano di Montespertoli, nella campagna fiorentina, dove la famiglia si era trasferita dalla Sardegna. Abitava con i genitori, sei sorelle, un fratello e la piccola Angela. Il 2 agosto 1980 madre e figlia erano partite per una vacanza sul lago di Garda con due amiche. La bomba le colpì nella sala d’aspetto della stazione. Morì con lei anche Verdiana Bivona, mentre l’altra amica sopravvisse. Angela, indicata negli elenchi delle vittime come una bambina di tre anni, non aveva ancora festeggiato il terzo compleanno. È la più piccola degli 85 morti.
La questione dei resti emerse nel 2019, durante il processo a Cavallini. La riesumazione era stata disposta per cercare tracce dell’esplosivo. Gli accertamenti furono poi estesi al Dna. Il risultato aprì una ferita anche per i familiari: i reperti analizzati non erano riconducibili a Maria. Una mano e una parte di volto risultavano appartenere a due donne diverse. Un dato scientifico che, però, non equivale alla scoperta di una ulteriore vittima, così come sostiene invece la difesa di Cavallini. I periti indicarono già allora la possibilità che quei frammenti appartenessero ad altre donne morte nell’attentato e che fossero stati mescolati nella raccolta dei resti, tra macerie, mutilazioni e soccorsi disperati.
La difesa chiede oggi che il consulente genetista Emiliano Giardina possa effettuare confronti con le altre vittime femminili e valutare origine ancestrale e fenotipo del Dna: informazioni sulla discendenza biologica e su alcune caratteristiche fisiche della persona. Il ragionamento è che il frammento possa appartenere a una sconosciuta, vicinissima all’esplosione. Da qui il possibile collegamento con chi avrebbe trasportato l’ordigno. Sono ipotesi da verificare: un’origine straniera, quand’anche emergesse, non dimostrerebbe un ruolo terroristico.
Il lodo Moro
È qui che il caso Fresu incontra il cosiddetto lodo Moro. Con questa espressione si indica l’intesa riservata con organizzazioni palestinesi per evitare attentati in Italia. Una delle ricostruzioni circolate nel dibattito pubblico sostiene che il patto consentisse il passaggio di uomini e armamenti diretti altrove, in cambio della sicurezza del territorio italiano. È su questo sfondo che è stata avanzata la teoria dell’esplosivo in transito: la bomba sarebbe scoppiata accidentalmente, uccidendo anche la persona che la trasportava. La sconosciuta diventerebbe il possibile anello mancante della ricostruzione difensiva.
Diversa è l’altra versione della pista palestinese: una ritorsione per la presunta rottura dell’accordo dopo il sequestro di due missili a Ortona, nel novembre 1979, e l’arresto di Abu Anzeh Saleh, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Incidente durante un trasporto e attentato deliberato sono spiegazioni differenti. Entrambe sono state esaminate dai giudici a più riprese senza trovare riscontri sufficienti a rovesciare il quadro giudiziario. La Cassazione del gennaio 2025 ha inoltre respinto la rappresentazione del lodo come autorizzazione al transito di armi: dalle carte esaminate ha ricavato invece uno scambio politico, tra sostegno italiano al riconoscimento internazionale palestinese e impegno a non compiere attentati in Italia.
Le contraddizioni
Anche la contraddizione tra il riconoscimento di Maria e il Dna è stata affrontata nei processi. I giudici hanno ritenuto attendibile l’identificazione compiuta nel 1980 dai familiari e sostenuta da riscontri medico-legali. Hanno però considerato possibile che i reperti esaminati allora non coincidessero con quelli consegnati per la sepoltura, per problemi nella conservazione dei corpi martoriati delle vittime. La conclusione accolta è la confusione dei resti, non la presenza di un’altra donna morta nella strage.
Procura generale e parti civili chiedono perciò di respingere l’istanza, considerata esplorativa e riferita a questioni già vagliate. La difesa rivendica invece la possibilità di cercare risposte attraverso nuovi accertamenti scientifici. La condanna resta definitiva: l’incidente di esecuzione non costituisce una revisione del processo. Restano distinte tre domande: a chi appartengano i reperti, se esista una vittima ulteriore e se un’eventuale identificazione possa cambiare le responsabilità accertate. Tra queste domande c’è ancora la storia interrotta di Maria e Angela, una madre e una figlia partite per le vacanze e uccise da una bomba insieme ad altre 83 persone.
