Gli inglesismi e la banalità del ridicolo
Sempre più termini di provenienza anglosassone contaminano l’italiano: spesso in modo utile, a volte senza alcun motivo e senza alcuna utilità.Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
A chi non è ancora capitato di salire in auto, magari un Suv o più modestamente una city car, con la propria moglie/fidanzata e, pur essendo molto busy, andare nel più vicino store di un brand internazionale di grande trend a dare uno sguardo a prodotti top magari in vendita a prezzi low cost? Per tacere della formidabile location di questa boutique, in pieno centro?
First reaction: choc. Anzi: shock all’inglese, più trendy.
Contaminazioni
Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma: la massima del chimico De Lavoisier si può forse applicare anche a ciò che non è materiale, come una lingua viva. Che, per sua natura, non è immobile e statica ma, utilizzata giorno dopo giorno, si evolve e subisce inevitabilmente contaminazioni da altri idiomi. Soprattutto in un mondo globalizzato come quello attuale, dove le distanze tra Paesi e continenti sono di fatto azzerate, non solo per il maggior numero e la superiore velocità dei collegamenti rispetto al passato ma anche e principalmente per l’immediata connessione da un punto all’altro del pianeta resa possibile dal web.
Troppo
Ma il troppo è troppo. E diventa superfluo, inutile, fastidioso. Capita che nell’italiano facciano la propria comparsa sempre più vocaboli stranieri e neologismi dal significato oscuro. Problema che tocca in primo luogo chi è avanti con l’età, ma non solo; anche uomini e donne meno âgé hanno spesso difficoltà a capire il significato di un numero crescente di parole, soprattutto quelle in uso dai teenager. Non il problema principale, perché l’essere giovani porta in sé le novità anche linguistiche.
Nota dolente sono gli adulti i quali - per professione, abitudine, semplice vezzo, magari una malcelata voglia di mostrare all’interlocutore di far parte di una élite oppure proprio per una banale quanto palese ignoranza - buttano vocaboli e frasi a caso nel bel mezzo di una chiacchierata, anche la più innocua.
I padri nobili
Tuttavia la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, quella che, fonte Accademia della Crusca, determinò il successo dell’italiano «all’estero dal basso Medioevo al Seicento fino alle soglie dell’età contemporanea», che è stata «l’espressione della civiltà» nazionale «presa nel suo complesso» nonché ammirata «fino al pieno Novecento», in determinati contesti sta diventando qualcosa di “altro”.
Un tempo erano il burocratese, il politichese, l’istituzionale a essere ostici e anche antipatici per il normale cittadino; oggi c’è anche di peggio, col dilagare di inglesismi e termini astrusi e incomprensibili utilizzati spesso nel mondo della finanza e delle aziende, della pubblicità e del marketing. Un luogo immaginario dove tutto è grandioso, bello, perfetto. Moderno. E la modernità, vera o apparente, pare debba per forza essere incarnata anche dalle parole che si utilizzano.
Così è tutto un fiorire di termini da specialisti nel genere. Per un mini elenco significativo si può prendere spunto dal report del dizionario Treccani sulle dieci parole più consultate nel 2026: l’abusata fake news è al terzo posto, l’overtourism al quarto, influencer al quinto, smart working (e vabbè) al sesto, follower al settimo, rider all’ottavo, meme al nono, selfie al decimo. Solo per completezza, al vertice si trova femminicidio e in seconda posizione “maranza”.
Perché?
L’inglese rispetto all’italiano ha il pregio della sintesi; ma perché fake news sì e notizie false no? Forse non fa abbastanza figo né moderno. E overtourism al posto di sovraffollamento turistico? Influencer ricorda una malattia, rider sarebbe il fattorino, lo smart working è il lavoro agile (normalmente da casa), selfie l’autoscatto. Il food è il cibo, il pet (…) l’animale domestico. Tutti termini divenuti di uso comune.
Ma ce ne sono ben altri, e ben di peggiori. Una speciale e personale graduatoria non può non partire da briefing e briffare (che significherebbero “riunione” e “aggiornare” qualcuno: ma vuoi mettere dirlo in inglese?), per proseguire con “mission” (che non è il film con Robert de Niro ma il fine, la meta, l’obiettivo dell’azienda o della persona), l’orripilante “location” (luogo, posizione, posto), call e videocall (telefonata e videotelefonata), fixare (riparare, correggere, sistemare), buyer (compratore), competitor (concorrente), eco friendly (ecologico), engagement (coinvolgimento), fashion (moda), meeting (incontro), roadmap (piano d’azione), hate speech (linguaggio d’odio), target (obiettivo).
Winter e summer
Si potrebbe andare avanti molto a lungo. Come reagire quando un dirigente di società aeroportuale parla con nonchalance di «la winter» e «la summer» davanti alle telecamere parlando della programmazione dei voli nelle stagioni (termine sottinteso, ovviamente) invernale ed estiva? Forse anche in famiglia, con moglie e figli, al momento di programmare le ferie ci si mettete attorno a un tavolino e si chiede a tutti di buttare giù un bel programmino per la winter, con sci e giacconi, e la summer, che prevede costumi e magliette. Tutti «confident», cioè fiduciosi, di arrivare al risultato sperato,
Brand reputation
Ma cosa ci si può attendere se anche chi riveste ruoli apicali nelle istituzioni parla nello stesso, incomprensibile modo? Leggere per credere (sintassi compresa). «Buongiorno. Volevo confrontarmi con voi perché io da qualche giorno che veramente non riesco a capire cosa succede nella testa di alcuni. Cervinia, una località che è riconosciuta no, della valle d’Aosta, una località sciistica molto rinomata, una delle eccellenze del nostro turismo in Italia. Ma udite udite: hanno pensato bene di cambiare il nome, di chiamarla Le Breuil… manco mi ricordo. Ma io voglio dire: ma siete matti? Ma voi sapete quanto tempo ci vuole a costruire una destination, una brand reputation? E voi fate una roba del genere? Ma ripensateci. E voi, che cosa ne pensate?».
Era il 2023 e a chiedere il parere di chi aveva visto il video (quindi dei follower, i seguaci) era allora un ministro della Repubblica italiana. Di un Governo che ha tra i dicasteri quello del Made in Italy. Del resto cosa sono destination e brand reputation se non parole dalla chiara natura tricolore?
Donatone Braghetti, il “Dogui” interpretato dal mitico Guido Nicheli, aveva capito tutto quarant’anni prima in Vacanze di Natale: «Via della Spiga-Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54 minuti e 27 secondi. Alboreto is nothing».
Non c’è dubbio. Abbiamo rappresentanti che sono proprio al top.
