Ancora una volta tutto passa da una strettoia, l’Italia del calcio si aggrappa all’ultima chiamata per evitare l’incubo del nuovo fallimento. Il Mondiale 2026 sarà il primo della storia a 48 squadre ma gli Azzurri sono finiti di nuovo nel corridoio dei playoff per accedere a uno degli ultimi posti tra i 16 riservati alle squadre europee: giovedì 26 marzo, a Bergamo, c'è la semifinale secca contro l’Irlanda del Nord. In caso di vittoria, martedì 31 marzo l’Italia giocherà la finale, altra gara unica, contro la vincente di Galles-Bosnia Erzegovina. Sarà in trasferta, a Cardiff o Sarajevo, un’altra montagna da scalare. Novanta minuti e - si spera - altri novanta per decidere se il calcio italiano potrà ancora sedersi al tavolo dei grandi o se dovrà prepararsi al terzo disastro consecutivo.

Esame fondamentale

In gioco c’è la qualificazione al torneo mondiale organizzato da Stati Uniti, Messico e Canada, ma soprattutto l’esame di identità di un Paese che ha fatto la storia del pallone ma ha perso la strada. Il trionfo del 2006 in Germania si è trasformato quasi in una maledizione. Dal 2010 in avanti l’Italia ha collezionato soprattutto macerie mondiali. In Sudafrica il cammino è finito già nei gironi, con il 2-3 incassato dalla modesta Slovacchia dopo i pareggi con Paraguay e Nuova Zelanda. In Brasile, quattro anni dopo, è arrivata un’altra eliminazione al primo turno, complici le sconfitte con Costa Rica e Uruguay. Dalle spedizioni disastrose al buio pieno il passo è stato rapido: niente Russia 2018, niente Qatar 2022. L'appuntamento in Medio Oriente è mancato addirittura pochi mesi dopo la vittoria agli Europei in Inghilterra. È la fotografia più crudele e paradossale dell’ultimo quindicennio azzurro: un titolo prestigioso e quasi inatteso in mezzo a una lunga stagione di fragilità e sconfitte.

Modello che non funziona più

I risultati non arrivano mai per caso, da tempo c’è un problema di sistema. Il movimento non funziona più come prima, si sono persi i giocatori di qualità, il livello è precipitato verso il basso. I campioni fioriscono altrove, da noi non esistono più i Baggio, i Totti, i Del Piero, giusto per scomodarne qualcuno tra tanti. I movimenti giovanili hanno spesso il freno a mano tirato, con una mediocrità media legata al concetto perverso della vittoria a tutti i costi, anche nelle partite tra bambini. Vince chi è più grosso, non chi è più bravo. La maggior parte degli allenatori lavora su questo filone, che viene proiettato anche nelle categorie degli adulti tra tattica ossessiva e giocatori valutati quasi solo col parametro dell’altezza. Il calcio è cambiato, sicuramente le doti fisiche sono più importanti di prima, ma non in modo estremo come succede in Italia. Il giocatore che ha fantasia, che salta l’uomo, che dà del tu alla palla, come si diceva un tempo, non serve più. Meglio tanti soldati-marcantoni, indottrinati e chiamati a fare sempre gli stessi movimenti, senza un briciolo di estro, senza la possibilità di uscire dal coro. Un sistema che fa a pugni con la tradizione dl calcio italiano, da sempre legato a una dimensione fatta di talento, di belle giocate, di intuizioni, di individualità. Anche l’epopea del catenaccio sbiadisce davanti agli scenari attuali. Ora si gioca un altro tipo di calcio, quello globalizzato che va più di moda, tra tattica e fisico. Con un dettaglio che fa la differenza: tanti altri lo sanno fare meglio di noi e la storia degli ultimi anni è la conferma, come si è visto dal recentissimo disastro dei nostri club in Champions League. Senza dimenticare un elemento fondamentale: ai giovani atleti italiani non basta calarsi nella dimensione del calcio tattico-fisico per emergere perché devono fare i conti con la presenza massiccia di stranieri.

Numeri gelidi

I numeri raccontano la realtà più di qualunque interpretazione. Il ReportCalcio della Figc certifica che in Serie A i giovani contano poco. Gli attaccanti italiani Under 21 incidono solo per l’1,5 per cento dei minuti e per meno dell’1 per cento dei gol, cifre lontanissime dai migliori tornei europei. Il massimo campionato ha poi una presenza in campo di giocatori stranieri pari al 65,4 per cento, mentre l’utilizzo di calciatori formati nel vivaio del proprio club è appena del 6,6%, terzultimo tra i trenta principali campionati europei. I giovani vengono quasi soffocati nella culla. In Serie A c’è l’impressione di un campionato che importa molto e seleziona poco. Non è un discorso contro gli stranieri in quanto tali, sarebbe provinciale e sbagliato. Il concetto è diverso: troppo spesso si riempiono le rose di giocatori che non alzano il livello, chiudendo nel frattempo la porta ai ragazzi cresciuti in casa, quasi sempre in nome della solita fisicità.

Filosofia sbagliata

La strada seguita negli ultimi anni fa i conti con una realtà in cui la prudenza supera l’aggressività, la tattica sfocia nel palleggio sterile, le partite vivono di brevi vampate e tante interruzioni. L’interpretazione tutta italiana del Var ci mette poi del suo a frenare ancora di più i ritmi di gioco. Così quando arriva il confronto internazionale, quel deficit di velocità di pensiero, di gamba e di coraggio emerge in modo brutale. È la differenza che passa tra controllare una partita e dominarla, tra la capacità di restare in ordine e la forza di cambiare ritmo. I nostri club sono in grado di regalare qualche fiammata, ma la struttura generale continua a sembrare più povera e meno moderna rispetto ai grandi modelli europei.

Divario economico

Anche sul piano economico il divario con le prime della classe in Europa è netto. Sempre secondo il report della Figc il fatturato medio per club della Serie A è di 144,1 milioni di euro, lontanissimo dai 357,4 della Premier League e sotto anche Bundesliga e Liga. Negli ultimi anni le squadre italiane sono riuscite a lasciare qualche segno internazionale con le due finali in Champions dell’Inter (e in precedenza dalla Juventus) e con il successo dell’Atalanta in Europa League. Ma proprio per questo il paradosso è ancora più evidente: gli exploit non bastano a cancellare la sensazione di un movimento che vive di eccezioni e non di continuità. Per un salto di livello il calcio italiano avrebbe bisogno di stadi moderni, conti solidi, vivai strutturati. E serve un’idea di gioco meno conservativa e allineata, dove ricompaiano talento, fantasia, ispirazione, coraggio.

Passione da ritrovare

Poi c’è il tema sottile ma profondo del rapporto sentimentale tra il pallone e gli italiani. Gli ultracinquantenni portano ancora nel cuore i giorni magici di Spagna ’82. Chi è almeno sulla trentina conserva Berlino 2006 come un album di famiglia. Le generazioni più giovani, invece, hanno ereditato solo racconti. Per loro il mondiale azzurro non è un ricordo condiviso, ma quasi una leggenda tramandata dai padri: perché nel 2010 e nel 2014 gli Azzurri sono usciti subito, e nel 2018 e nel 2022 non c’erano proprio. C’è il rischio che i giovani smettano di riconoscersi in questa Italia del calcio povera di campioni, perdendo addirittura interesse per uno sport che dalle nostre parti non riesce più a regalare le emozioni di un tempo. I playoff con l’Irlanda del Nord e poi con il Galles o la Bosnia Erzegovina non valgono solo un biglietto per i mondiali di oltreoceano: rappresentano la possibilità di riscrivere una storia che si sta sfilacciando, sono il passaggio vitale per evitare che l’azzurro diventi, per un’altra generazione, il colore della nostalgia.

© Riproduzione riservata