«È in atto un apartheid sistematico». Ahmad Massoud sceglie parole durissime per descrivere la condizione delle donne nell’Afghanistan governato dai talebani. Il leader del Fronte di resistenza nazionale è intervenuto nei giorni scorsi in collegamento alla Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia e ha consegnato all’Europa un’accusa ma anche una richiesta: non abbandonare gli afghani e non trasformare il dialogo con il regime di Kabul in una sua legittimazione politica.

Massoud ha parlato durante l’incontro “Liberare l’Afghanistan”, inserito nella seconda edizione della Conferenza, svoltasi dal 10 al 12 settembre. Con lui anche Ali Nazary, responsabile delle relazioni estere del Fronte. Nei tre giorni Ventotene ha riunito oppositori dei regimi autoritari, attivisti, esponenti politici e intellettuali, dalla dissidenza russa a quella bielorussa, dall’Ucraina all’Afghanistan. Un appuntamento costruito attorno a una domanda che attraversa ormai tutto il continente: quale ruolo può avere l’Europa nella difesa concreta delle libertà?

Addio progressi

La risposta di Massoud parte dalle donne. Con il ritorno dei talebani al potere, nell’agosto 2021, i progressi compiuti nei vent’anni precedenti sono stati progressivamente cancellati. Alle ragazze è vietato frequentare le scuole secondarie e le università; alle donne sono stati chiusi molti spazi di lavoro e partecipazione pubblica. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale l’esclusione femminile dall’istruzione secondaria e superiore è imposta dalle autorità. Secondo l’Unesco, circa 2,4 milioni di ragazze sono rimaste fuori dalle aule.

«Si sta assistendo alla scomparsa di fatto del 50 per cento della società», denuncia Massoud. Una metà della nazione resa invisibile all’interno del proprio Paese, privata non soltanto dello studio e del lavoro, ma della possibilità di contribuire allo sviluppo collettivo. Per il leader della resistenza, nulla può giustificare l’accettazione di questa condizione come una nuova normalità.

Il bersaglio politico del suo intervento è anche l’atteggiamento dell’Unione europea. Massoud critica l’apertura di canali con rappresentanti talebani, in particolare per affrontare il rimpatrio dei cittadini afghani. Comprende, dice, le paure legate all’immigrazione, ma ricorda che spesso proprio i migranti sono le prime vittime del potere dal quale sono fuggiti. Cercare intese tattiche con Kabul può rafforzare il regime, renderlo più intransigente e spegnere la speranza di chi continua a opporsi. Il messaggio è netto: discutere problemi concreti non deve significare riconoscere politicamente i talebani.

L’isola di Ventotene

Non è casuale che questo appello sia risuonato a Ventotene. Sull’isola, nel 1941, mentre l’Europa era travolta dalla guerra e dalle dittature, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, confinati dal fascismo, scrissero “Per un’Europa libera e unita”, passato alla storia come Manifesto di Ventotene. Eugenio Colorni ne curò successivamente la pubblicazione, mentre Ursula Hirschmann (moglie prima di Eugenio Colorni e poi di Altiero Spinelli) e Ada Rossi (sposata con Ernesto Rossi) contribuirono alla diffusione clandestina del testo.

Il Manifesto nasceva dalla convinzione che gli Stati nazionali, se lasciati prigionieri dei propri egoismi e delle proprie aspirazioni di potenza, avrebbero continuato a produrre conflitti. La risposta era un’Europa federale, democratica e capace di garantire la pace. Non una semplice alleanza tra governi, ma una comunità politica fondata sulla libertà e sul superamento dei nazionalismi. Ottantacinque anni dopo, la conferenza ha riportato sull’isola quel confronto, applicandolo alle nuove autocrazie e alle persone che, dall’interno o dall’esilio, continuano a sfidarle.

La resistenza afghana

Ahmad Massoud porta anche un cognome che in Afghanistan coincide con la storia della resistenza. Suo padre, Ahmad Shah Massoud, nacque nel 1953 nella valle del Panjshir, a nord-est di Kabul. Di etnia tagika, studiò nel liceo franco-afghano di Kabul e poi ingegneria. Quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan nel 1979, trasformò la stretta valle circondata dalle montagne in una fortezza quasi inespugnabile. Con una guerriglia mobile, una rete di informatori e un forte radicamento tra la popolazione riuscì a resistere alle ripetute offensive dell’Armata Rossa. Fu allora che conquistò il soprannome destinato a entrare nella leggenda: il Leone del Panjshir.

Dopo il ritiro sovietico e la caduta del governo filosovietico, Massoud entrò a Kabul e nel 1992 divenne ministro della Difesa. Furono però gli anni terribili della guerra civile tra le diverse fazioni dei mujaheddin, con la capitale devastata dai combattimenti. Quando i talebani conquistarono Kabul nel 1996, Massoud si ritirò nel Nord e divenne il principale comandante dell’Alleanza del Nord. Il Panjshir rimase il cuore della resistenza contro il nuovo Emirato islamico.

Nella primavera del 2001 arrivò in Europa per chiedere sostegno e mettere in guardia dalla minaccia terroristica che si stava formando attorno ai talebani e ad Al Qaeda. Il 9 settembre dello stesso anno due attentatori, presentatisi come giornalisti, fecero esplodere una bomba nascosta nell’attrezzatura utilizzata per una falsa intervista. Massoud morì a 48 anni. Due giorni dopo Al Qaeda colpì gli Stati Uniti l’11 settembre, cambiando la storia mondiale. L’assassinio del comandante afghano apparve così come la preparazione del terreno per l’offensiva terroristica.

Venticinque anni dopo, il figlio prova a raccoglierne l’eredità. Ahmad Massoud aveva appena dodici anni quando suo padre fu ucciso. Dopo la caduta di Kabul nel 2021 ha annunciato dal Panjshir la continuazione della resistenza, chiedendo un Afghanistan democratico, pluralista e nel quale siano garantiti i diritti delle donne e delle minoranze. Il suo movimento dispone di forze molto inferiori a quelle talebane e non controlla stabilmente grandi territori, ma continua a rivendicare una presenza armata e politica.

L’appello

A Ventotene, tuttavia, Massoud non ha parlato soltanto di guerra. Ha rivolto all’Europa soprattutto un appello alla coerenza: non sacrificare i diritti fondamentali alle convenienze del momento. È lo stesso dilemma che Spinelli e Rossi avevano affrontato nel 1941, immaginando un ordine nuovo mentre il vecchio continente sembrava ormai perduto. Dal Panjshir a Ventotene corre così un filo sottile: la convinzione che anche davanti alla forza apparentemente invincibile di un regime la libertà possa sopravvivere, purché il mondo non scelga il silenzio.

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