«Solo nel 2003 si erano contati ben otto assalti, e le modalità di azione in quel periodo erano pressoché simili per ogni episodio: alberi segati o abbattuti per mezzo di cariche esplosive, oppure camion, trattori e fuoristrada rubati per bloccare il furgone, il successivo utilizzo di armi da fuoco, in genere AK 47 e calibro 12, per intimidire le guardie e l’esplosivo per scardinare il portellone delle cassaforte del blindato».

Così l’ex sostituto commissario Michele Antonio Tarallo, sino a qualche tempo fa in servizio alla Sezione Investigata Specializzato in Criminalità Organizzata di Cagliari (il Sisco), racconta l’escalation che, 17 anni fa, aveva fatto comprendere a tutti l’entità del fenomeno che, sino a qualche anno prima, era stato solo saltuario o datato nel tempo al fenomeno del banditismo. L’investigatore, in quiescenza, a lungo ha lavorato con i magistrati dell’Antimafia per ricostruire l’attività di una delle tre bande che si pensa operino nell’Isola: quella con epicentro in Ogliastra.

«In una rapina del 2010 a Villagrande Strisaili – spiega ancora l’ex poliziotto - si riscontrò anche l’introduzione all’interno del furgone blindato di liquido infiammabile da un condotto dell’aerazione e la minaccia dei malviventi alle guardie di appiccare il fuoco per costringerle ad arrendersi». Solo per un caso in tutti questi assalti non c’è scappato il morto. «I banditi – prosegue Tarallo - mettevano, già da allora, in preventivo l’utilizzo di armi, a seguito del possibile intervento da parte delle forze dell’ordine. Come è capitato l’1 giugno 2004 a Bortigiadas, in provincia di Sassari, oppure il 2 luglio 2016 a sulla Statale 130, in territorio di Musei, o ancora il 2 novembre 2016 al Bivio Oniferi sulla SS131 DCN ed anche in alcuni dei recenti fatti. Mi riferisco, ad esempio, alla rapina del 30 novembre 2022 a Giave».

Sulla base di elementi caratterizzanti comuni ad alcune rapine, la task force della Direzione distrettuale antimafia aveva così proceduto anche a comparazioni balistiche sui bossoli raccolti nei luoghi teatro delle rapine. Le analisi consentirono di identificare che le stesse armi da guerra erano state utilizzate in episodi avvenuti nel 2003, 2004 e 2006. «Proprio nel corso delle indagini per la rapina avvenuta a Gonnesa, in località Funtana Crobetta, il 2 agosto 2003 – si risalì ad un pregiudicato ogliastrino e ad un pastore della zona originario di Desulo: si era scoperto che il primo, unitamente ad un altro complice della sua zona, era solito intraprendere frequenti viaggio per la penisola, spegnendo i propri cellulari, al chiaro scopo di non essere localizzati. L’estensione delle investigazioni nelle Penisola, e la collaborazione con la Squadra Mobile di Arezzo, aveva portato all’individuazione dei due e di un latitate, come responsabili di tre rapine a portavalori avvenute nella provincia toscana tra l’agosto e l’ottobre del 2004, determinando quindi l’evidenza che anche le altre regioni fossero validi appoggi per i criminali sardi in trasferta»

(Continua...)

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