Spettacoli

Mauro Ermanno Giovanardi canta l'età dell'oro del rock italiano

Sabato 23 Settembre alle 15:04 - ultimo aggiornamento Domenica 24 Settembre alle 16:35


Mauro Ermanno Giovanardi

Per chi c’era e ha vissuto di persona quegli anni di musica e turbolenze, di slanci verso l’assoluto e orizzonti forse mai del tutto raggiunti, questo disco – il nuovo lavoro di Mauro Ermanno Giovanardi, voce sublime ed ex La Crus – assume l’aspetto di un oggetto misterioso, specchio dell'amore per il rischio nell'intenzione di ripassare e rimettere le mani su una materia come quella del rock italiano degli anni Novanta.

Sì, perché già l’idea in sé di voler riprendere alcuni brani cardine di quel periodo sa di atto di coraggio, anche se chi lo mette in pratica è egli stesso uno dei protagonisti veri di quell’epoca. Perché lui c’era, eccome: i La Crus sono stati l’anello tra il rock di sperimentazione/emulazione dei canoni di genere del decennio e l’anima cantautorale della più alta tradizione italiana. Complice un timbro che era (ed è ancora) profondità e suono, ispirazione e gloria.

Dall’idea ai fatti: questa è la complicanza maggiore di un’operazione del genere, fatta di scelte a volte esiziali. Scelte, dunque direzioni, suoni, scenari.

Giovanardi mette subito in chiaro le cose, già dal titolo, chiamando l’opera “La mia generazione” e marcando così una distanza, una prospettiva, un qui e ora e un passato più o meno lontano. E per farlo punta tutto sui 13 pezzi per 13 artisti che hanno segnato i Novanta italiani: tutti nomi importanti, tutte (o quasi) canzoni simbolo e per questo rischiose da richiamare e fare proprie.

In alcuni casi, il gioco sfiora l’azzardo, come ad esempio con “Huomini” dei Ritmo Tribale, uno dei pezzi fondamentali di un disco capitale come “Kriminale”.

Qui, la performance è un inerpicarsi nell’impossibile, con un andamento di basso alla “Lust for Life” che mostra quanto meno audacia, sostenuta dalla controparte di Manuel Agnelli alla voce.

Pezzo che lascia il passo a “Non è per sempre” proprio degli Afterhours, resa con dignitoso trasporto e senso del vero.

Il disco, però, ha delle pause, incappa in angoli che fermano la giostra e che arrivano quasi subito. “Aspettando il sole” di Neffa e i Messaggeri della dopa sembra essere stata scelta solo per il gusto di cantarne il ritornello, “Lieve” dei Marlene Kuntz passa veloce e leggera come da titolo, “Forma e sostanza” è, forse, il vero punto oscuro dell’intero lavoro, con Emidio Clementi (Massimo Volume) e Cristiano Godano (Marlene) a supportare Mauro Ermanno nell’impresa di rappresentare l’urlo di Giovanni Lindo Ferretti che con i Csi, anno di grazia 1997, aveva portato il disco che la conteneva (“Tabula rasa elettrificata”) al numero uno della classifica di vendita italiana. Un successo senza precedenti e un segnale di ciò che stava accadendo, anche verso chi fino a lì non si era incredibilmente accorto di nulla. Scommessa vinta? Chissà.

Poi si cambia passo. “Cieli neri” (dei Bluvertigo) convince, così come “Stelle buone” di Cristina Donà, ma il picco Giò lo tocca con “Corto Maltese” dei Mau Mau.

Qui il lavoro sulla voce, sull’espressività della voce, restituisce al testo di Luca Morino un’ampiezza tale da abbracciare quasi fisicamente le cose di cui canta. Ed è in questo pezzo che, forse, si compie la missione di questo album: dare nuovo respiro alle canzoni, renderle personali, sentite, amate ancora dopo tutto il tempo passato, su di noi e sulla musica italiana cosiddetta “indipendente”.

Poi la chiusura, con “Nera Signora”, un’autocitazione dal singolo più famoso dei La Crus e la sfida vera, messa in chiusura, di “Il primo Dio” dei Massimo Volume, con la chitarra pizzicata di Egle Sommacal dell’originale che passa a fare da fondo-atmosfera al brano e l’urgenza di Clementi che diventa sussurro, vita vissuta. Qui c'è tutto il vissuto di quel periodo, preso di petto dallo stesso Giovanardi che proprio con i Massimo Volume ha condiviso una parte di cammino ai tempi dell'etichetta Mescal (i dischi delle due band, La Crus e Massimo Volume uscirono praticamente in contemporanea, con conseguente promozione "congiunta").

Cosa resta dunque di "La mia generazione"? Forse la voglia di mettere la retromarcia e andare a ripescare le versioni originali, gustarne le sfumature, le ingenuità, gli errori e l'estrema sfrontatezza di quegli anni. Forse sì, irripetibili per davvero.

Marco Castrovinci

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