Gli studi li hanno abbandonati e dal mondo del lavoro sono fuori. Nelle statistiche vengono chiamati Neet, acronimo inglese che indica i giovani, tra i 15 e i 34 anni, senza curriculum né prospettiva. In Sardegna vive così un ragazzo ogni cinque. Due ogni dieci. Venti ogni cento. È il 20,2%.

La ricerca

Il dramma degli invisibili l’ha appena riproposto da Gi Group, insieme all’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e alle Fondazioni ZeroNeet di Cariplo e Compagnia di San Paolo. L’Italia, sempre più un Paese per vecchi, non può permettersi di avere così tanti giovani fuori dalla scuola e dal mondo delle buste paga. Le regioni del Nord, come sempre succede quando si tratta di opportunità garantite, se la passano decisamente meglio rispetto al Meridione. Ma tra i Ventisette dell’Ue i dati col Tricolore sono i peggiori: da noi il tasso dei Neet è a quota 16, la media europea è cinque punti sotto. La Sardegna è nel gruppo delle regioni che sui Neet soffre di più: quel 20,2% è il quinto valore più alto, ex equo con la Basilicata. Sicilia e Calabria sono appaiate a 30,1; la Campania segue al 29; la Puglia è al 25,9. Il Trentino Alto Adige è già sotto il 9% di Neet, che è la soglia fissata da Bruxelles entro il 2030. Nella fascia tra i 25 e i 29 anni si registra il tasso di Neet più elevato: 29,1. Si scende al 26,6 dai 30 ai 34 anni. Unica nota positiva il 6,7 tra i 15 e 19 anni (anche se nel resto d’Italia si viaggia intorno al 4), ma tra i 20 e i 24 anni si risale al 17,1.

Curriculum e famiglia

Per capire dove si insidia l’invisibilità dei giovani, tornano utili le tabelle sulla ripartizione per titolo di studio. La dinamica che si ricava è conosciuta: istruzione e lavoro hanno una stretta connessione con la condizione sociale. Il basso livello culturale, anche della famiglia d’origine, rappresenta una zavorra: il tasso dei Neet è al 32,3 quando la mamma non è andata oltre la licenza elementare. Se ha concluso le Medie si sale al 24, per poi scendere al 13,4 in caso di mamme diplomate. Dal titolo di studio degli stessi Neet si ricavano anche altre sfumature che aprono tutte all’incapacità della politica di costruire per i giovani vere opportunità di lavoro. In Sardegna, tuttavia, nemmeno la laurea sembra salvare dall’invisibilità: i Neet titolatissimi sono comunque il 13,5%, ben sopra il 5,7% del Veneto, il miglior tasso nazionale. Tanto che l’emigrazione continua a rappresentare oggi l’unica alternativa a una vita senza futuro. A corroborare il paradigma della fame di buste paga nell’Isola c’è il dato sui diplomati: la delusione per il pezzo di carta che diventa inutile, spinge le nuove generazioni a non studiare né a cercare un impiego. Con questo grado di istruzione il tasso dei Neet sale al 23,1. Si scende al 19,4 con la licenza media.

Il contrasto

I Neet sardi, al 31 dicembre 2024, erano 58mila. In calo rispetto ai 66mila del 2023. In passato erano ancora di più: il 29,1% nel 2018. E poi, in avanti: 28,2 nel 2019; 27,5 nel 2020; 25,5 nel 2021; 23,8 nel 2022; 22,8 nel 2023, sino ad arrivare al 20,2 del 2024. Ma non si può gioire. Perché sono proprio i giovani ad allungare le fila degli inattivi, ovvero chi ha smesso di cercare un impiego. Con paradosso: in Sardegna, a ottobre, l’occupazione è sì salita al 58,6%, +1,5 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, una boccata d’ossigeno per gli over 50 ma non per gli andare 35. In questa classe d’età, dove il tasso di inattività supera il 33%, quello di occupazione si ferma al 27,8%.

Il sociologo

Il professore usa la prudenza per parlare dei giovani fuori dalla scuola e dal mercato del lavoro.«In Sardegna – dice Marco Pitzalis, direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali – la ricerca di un impiego presenta difficoltà maggiori rispetto ad altre regioni, e quindi il periodo di attesa tra la fine degli studi e l’inizio di un’attività lavorativa formale e stabile è mediamente più lungo. Ma questo non significa che i giovani non stiano facendo nulla. La categoria dei Neet è un’invenzione che io critico piuttosto aspramente e che andrebbe discussa». Il motivo è soprattutto di metodo: «In Italia la classificazione considera solo chi è inserito in percorsi formativi formali, mentre restano esclusi tutti coloro che non partecipano a esperienze di questo tipo. Oppure le donne e gli uomini impegnati nella cura dei familiari o dei più fragili, o ancora chi sceglie di prendersi un anno sabbatico. Tutte queste persone vengono automaticamente etichettate come nullafacenti, ma così non è. È una visione sbagliata e iperformalista della realtà, che non tiene conto della sua complessità».

Alessandra Carta

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