Addio a Mario TiddiaEra l'orgoglio rossoblù
Ieri a 73 anni è morto Mario Tiddia, giocatore e allenatore del Cagliari, uno degli uomini simbolo della squadra rossoblù. Dopo una dura battaglia ha perduto la partita contro la malattia che l'aveva colpito dieci anni fa. Oggi a Sarroch, alle 17, verranno celebrati i funeraliMario Tiddia era un uomo genuino, che amava la terra, che amava coltivare con lo stesso affetto con il quale faceva l'allenatore. «Quest'anno avremo un bel raccolto», ti rispondeva quando gli chiedevi conto di una sconfitta, quasi a volerti ricordare che le radici contano più delle foglie, che una stretta di mano vale più di una firma, che uno sguardo più di tante parole. Mario Tiddia è stato uno dei grandi del Cagliari: a memoria, e con gli occhi lucidi, è difficile ricordare un altro rossoblù bravo sia come giocatore che come allenatore.
Il suo Cagliari era fertile come la terra, non solo quella della sua Sarroch dov'era nato nel 1936: sesto in serie A, senza stranieri, al fianco di Mariano Delogu (presidente) e di Gigi Riva (direttore sportivo). Nonostante la malattia che lo aveva colpito privandolo di una buona fetta della memoria, ricordava alla perfezione quel gruppo di giovanotti che con lui hanno scritto la storia del Cagliari. Una storia che sembra un romanzo. Mario Tiddia aveva preso la squadra sull'orlo della serie B ma non era riuscito a salvarla: aveva pianto come una fontana il giorno della retrocessione accucciato sulla panchina del Sant'Elia, ma aveva goduto come non mai quando due anni dopo l'aveva riportata in serie A arrivando fino al sesto posto, uno dei traguardi più prestigiosi ottenuti dal Cagliari, dopo lo scudetto di Manlio Scopigno e la Uefa di Carlo Mazzone. Eravamo a cavallo del 1980 e quel Cagliari aveva proprio la faccia contadina di Mario Tiddia, troppo frettolosamente classificato (ma è successo anche a Giovanni Trapattoni) come un audace difensivista, amante dei pareggi. Il suo Cagliari, costruito con pochi mezzi e tanta fantasia, innervato dall'esperienza di un intramontabile Brugnera, da giovani di talento come Bellini e Quagliozzi, da qualche scarto di grandi club come Marchetti e Longobucco, qualche altro sottovalutato altrove come Corti, Casagrande e Gattelli, e poi quei due irripetibili gemelli sardi del gol, Luigi Piras e Pietro Paolo Virdis, che il “barricadero” Tiddia non aveva esitato a schierare insieme con Franco Selvaggi, creando uno dei più fertili tridenti della storia del calcio italiano. Negli occhi dei tifosi rossoblù c'è ancora il ricordo di quel fantastico 3-0 alla Sampdoria al Sant'Elia, nel giorno in cui la Sardegna ritrovava la serie A per la seconda volta e Mario Tiddia c'era stato anche nella prima, da giocatore. Nessun altro ha fatto altrettanto. Uomo leale e sincero: spesso ti lasciava carta bianca. «Scrivi quello che vuoi, tanto sai come la penso» e sapeva anche che tu non lo avresti mai tradito. Era leale e sincero soprattutto con i suoi calciatori. Che lo amavano. Mai una polemica. E quando con gli anni andavano diffondendosi notizie sempre meno rassicuranti sul suo stato di salute il dispiacere di ragazzi come Quagliozzi, Bellini e Piras (che andavano spesso a trovarlo) non era quello di semplici ex giocatori. La mente, in quelle serate, andava inevitabilmente, ma senza retorica, a quel Cagliari. Splendido, anche perché era un'epoca in cui i giornalisti entravano negli spogliatoi, sapevano custodire un segreto e il rispetto era reciproco.
«Mario Tiddia era soprattutto un uomo semplice», è il ricordo di Gigi Riva che proprio in quei giorni al suo fianco aveva compiuto i primi passi da team manager, ruolo che da vent'anni ricopre con successo in Nazionale. L'uomo di Sarroch non è mai arrivato fin lassù: il grande calcio lo ha sempre tenuto, anzi, ai margini. Ma è stato proprio lui, insieme con Gustavo Giagnoni, il commissario tecnico di una Sardegna che adesso lo piange. Dopo avergli voluto bene. Con un pizzico di invidia: perché Mario era uno dei tanti che andavano allo stadio, ma i tifosi pagavano il biglietto e andavano in tribuna, lui si era invece conquistato il privilegio di sedersi su quella panchina.
NANDO MURA