Una squadra sul palco, un paese davanti. E la sensazione che il calcio, domenica sera, potesse diventare qualcosa che va oltre il risultato della domenica.

È stata soprattutto questo la presentazione del Villasimius, andata in scena davanti alla comunità in una piazza animata dalla musica e dallo spettacolo. Un appuntamento arrivato non alla vigilia, ma a stagione ormai aperta: la prima giornata del campionato di Eccellenza era già alle spalle. Un dettaglio che cambia il senso della serata, perché la società si è presentata al paese quando il campo aveva già cominciato a parlare.

Sul palco sono saliti il presidente Federico Atzeni, il top manager Matteo Lonis, il direttore generale Roberto Gessa, il direttore sportivo Fabrizio Manca, il tecnico Federico Cocco, l'intero staff e i giocatori. Volti e ruoli diversi, riuniti attorno allo stesso nome: Villasimius.

Ed è proprio dal nome che la società vuole ripartire. Villasimius non ha bisogno del calcio per essere conosciuta: è già una delle realtà più riconoscibili e amate della Sardegna, con un'identità e un valore costruiti nel tempo. La sfida che il club si è dato è un'altra, e la dichiara apertamente: essere all'altezza del nome che porta sulla maglia, e fare in modo che sport, squadra e paese riescano a riconoscersi sempre di più gli uni negli altri.

È stato questo il senso dell'intervento del presidente Atzeni, che davanti al pubblico ha voluto mettere Villasimius prima della società e prima delle ambizioni sportive. «Quando porti questo nome sulla maglia devi prima di tutto rispettarlo — ha detto —. Villasimius possiede già un valore enorme. Il nostro compito è cercare di aggiungere qualcosa attraverso lo sport, il comportamento della squadra e il rapporto con le persone. Vogliamo che chi viene allo stadio possa sentire che questa squadra rappresenta davvero il proprio paese».

Parole semplici, che raccontano però con precisione il percorso intrapreso dalla nuova proprietà.

Sul fronte strettamente sportivo il club sceglie la linea della misura. L'obiettivo indicato dal tecnico Federico Cocco è disputare «un buon campionato»: nessuna promessa gridata, nessun traguardo sbandierato dal palco. Una dichiarazione d'intenti che va letta insieme al resto della serata, e che in Eccellenza chiede continuità più che proclami.

Dietro la prima squadra c'è un gruppo dirigenziale chiamato a costruire un'identità prima ancora che una classifica. Lonis, Gessa, Manca, Cocco, lo staff. E soprattutto i giocatori, ai quali spetta il compito più visibile ed esposto: indossare ogni settimana una maglia che porta con sé il nome di Villasimius.

L'obiettivo dichiarato è l'appartenenza. Avvicinare i bambini alla squadra. Riportare le famiglie allo stadio. Far sentire i ragazzi parte di qualcosa. Costruire un rapporto con le attività del paese, con i tifosi, con chi vive Villasimius ogni giorno. Fare in modo che un bambino possa guardare quella maglia e desiderare, un giorno, di indossarla.

Perché il valore di una società sportiva non si misura soltanto dalla posizione in classifica. Si misura anche da quanto riesce a essere riconosciuta dalla propria gente.

La presentazione in piazza, allora, non è stata soltanto l'appuntamento rituale di inizio stagione. È stata l'immagine di ciò che il Villasimius vuole provare a diventare: una squadra vicina al paese, orgogliosa del nome che porta, consapevole della responsabilità di rappresentarlo.

Il campo, da qui in avanti, farà il resto. Ma domenica sera il primo risultato è arrivato fuori dal rettangolo di gioco: Villasimius e il suo Villasimius erano insieme, nella stessa piazza. Ed è da lì che questa storia vuole cominciare.

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