Un rudere nel mare di Alghero e un pescatore che continua a sedersi accanto alla sedia vuota della moglie, nel punto esatto in cui un tempo si trovava la loro camera da letto oggi inghiottita dal tempo e dalle mareggiate. “Burrasca”, uno dei brani più intensi dell’ultimo album di Willie Peyote, parla di tempeste ma soprattutto di affetti, ricordi, tutto ciò che resta quando passa la burrasca. Non sorprende allora che il rapper torinese, 40 anni, premio della critica alla settantunesima edizione del Festival di Sanremo, si senta perfettamente a suo agio nel tema scelto quest'anno dal Marina Café Noir, “Cambiare rotta”. Domani alle 22.15 sarà tra i protagonisti della manifestazione che riparte dalla laguna di Giliácquas, antica borgata dei pescatori a Elmas, dopo aver pubblicato questa primavera “Anatomia di uno schianto prolungato”, disco che affianca alla consueta lucidità nello sguardo sul presente una dimensione più personale. E che proprio nel mare di Alghero ha trovato una delle sue immagini più potenti.

Qual è stata l’ispirazione di “Burrasca” e perché proprio Alghero?

«Il merito è del regista Stefano Carena, algherese, e prende spunto da una storia che lui stesso ha ascoltato direttamente. Proprio nella casetta in cui è stato girato il video, la scorsa estate un vecchio pescatore raccontava di sedersi lì ogni giorno con la sua sdraio accanto a quella che era stata dell’amore della sua vita. Mi ha colpito subito. Era perfetta per il senso del brano, una ballata voce e chitarra composta insieme a Fudasca, per quell'idea di legame che resiste al tempo e alle difficoltà. Era da tanto tempo che volevamo girare qualcosa in Sardegna e sono molto contento di tornarci adesso».

Lei è piemontese doc eppure sembra affascinato dal mare..

«Non ci sono cresciuto però lo amo. Il mare è una metafora potentissima: rappresenta l'incertezza ma anche la possibilità di evolvere».

In “Burrasca” dice che abbiamo bisogno di qualcuno a cui aggrapparci quando arrivano le onde più alte. Lei a chi si aggrappa?

«Alla mia famiglia, ai miei collaboratori, a chi ha contribuito a rendermi quello che sono oggi».

Le sue prime pubblicazioni risalgono a circa 15 anni fa. Chi era Willie Peyote allora e chi è oggi?

«Allora ero un ragazzo che lavorava in un call center e sognava di arrivare dove sono. Oggi mi considero molto fortunato perché ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato. Non era scontato».

Quando ha iniziato era una voce controcorrente. Come si sente posizionato rispetto al mercato musicale attuale?

«La verità è che non mi interessa molto catalogarmi. Non mi sento un corpo estraneo, ma nemmeno qualcuno che segue le mode. Cerco di osservare il contesto storico in cui vivo e di lavorarci sopra. Ognuno trova la propria postura nel mondo».

Nel nuovo album sembra esserci meno spazio per la polemica e più per l'introspezione.

«La satira mi piace e continua a esserci, mi ispiro molto alla stand-up comedy. Però questo è un disco più intimo, che parla di un mondo in cui tutto sembra andare verso la fine senza mai arrivarci davvero e della lenta e inesorabile “caduta” del corpo umano dai 40 anni in poi. Forse è l'età che ti porta a vedere le cose con più sfumature. Non credo di aver abbandonato la satira, semplicemente sono cresciuto».

Viviamo anni che sono una burrasca continua: guerre, crisi economiche, tensioni politiche. Si sente ottimista sul futuro?

«Non sono mai stato particolarmente ottimista. Però oggi ho qualche più speranza. Mi sembra che le persone stiano reagendo e vedere tanti giovani tornare a interessarsi alla politica e al voto mi dà fiducia».

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