U2, cronaca di una giornata indimenticabile
Dall'alba a notte fonda il racconto di una giornata dedicata agli U2L’aereo decolla da Elmas da Elmas alle 11 di venerdì, ma la sveglia arriva molto prima. Alle 6 il gallo del vicino decide che non è più ora di dormire ed è abbastanza cortese da farlo sapere a tutti. Anche mettere la testa sotto il cuscino è inutile, e alle 7 ancora ci si rigira nel letto. Nulla, tanto vale alzarsi. La giornata comincia maluccio, tenendo conto del fatto che l’arrivo a Torino è previsto per le 12, l’appuntamento con l’amico Alessandro è alle 16 e il concerto degli U2 comincia alle 21,30. Sarà una giornata lunga.
Meglio anticipare l’uscita da casa. Colazione, ritiro rapido di busta paga con fugace sguardo in basso a sinistra, poi via verso l’aerostazione. Fila per il check in, saluti con amici ed ex colleghi di lavoro, altra fila per l’imbarco dove si ritrovano parecchii sardi in partenza verso la stessa meta. Il volo non è dei migliori, il pilota sale e scende come Valentino Rossi entra ed esce dalle curve nella Moto Gp, e anche l’attesa in città sotto il caldo è un’esperienza che si può tranquillamente evitare.
Tuttavia fa parte della fase preliminare del rito concertistico, quella che precede l’avvicinamento allo stadio. Auto parcheggiate ovunque, anche dove non si può (però il Comune, mica fesso, fa pagare tutti 5 euro per la sosta), una fiumana di gente che si avvicina agli ingressi, centinaia di persone che attendono stese sull’erba del parco davanti all’impianto, decine di furgoni che vendono panini patatine insalate birre, poliziotti, carabinieri e vigili che controllano l’evolversi della situazione.
La maglietta che portiamo indosso fa subito effetto: <Sardegna!>, ci chiama un gruppetto di ragazzi che attinge a piene mani lattine di birra da due borse frigo poggiate su una panchina. I Quattro Mori sono una bandiera universale. Massimo, Antonio e Massimo: tutti e tre di Pescara, tutti 30enni, sono al loro ennesimo tour targato Bono Vox and company. <Ma le ragazze sarde sono meglio>, giurano. Riusciamo ad andare via solo dopo due lattine, quando la testa comincia a girare e le lancette si sono assestate sulle 19,30. La fila è lunga ma scorrevole, calpestiamo il prato alle 20. <Scommetto che siete australiani>, ci sorride un ragazzo. <E magari tu sei olandese>, replichiamo divertiti. Lui è di Ozieri, è arrivato a Torino con altri quattro amici. Scambiamo due chiacchiere, poi ci ritroviamo al bancone per prendere altre birre. Ma ci dimentichiamo di chiedergli il nome: pazienza, basta sapere che siamo tutti sardi. Come quell’altra ragazza che vede la maglietta, si ferma, grida <bello!>, ci chiede <Sardegna?> e ci fa sapere di essere di Carbonia prima di augurarci buon divertimento.
L’aria è decisamente delle migliori. Nessuno spinge, tutti sono allegri. Il concerto comincia poco dopo, mentre sugli spalti si intravede un’altra bandiera della Sardegna. Tre ore e passa dopo siamo in auto, diretti verso Genova. Arriveremo a notte fonda, stanchi ma soddisfatti: ci siamo proprio divertiti.
ANDREA MANUNZA