Tornato a occuparsi di un genere sul quale ha fatto scuola fin dagli esordi, il maestro Steven Spielberg lascia ancora una volta il segno con “Disclosure Day”: emozionante mix di fantascienza, azione e intrighi cospirativi in cui il tema degli alieni riacquista una forte centralità, confrontandosi con i mutamenti della società contemporanea e interrogandosi su come, oggi, verrebbe recepita una rivelazione sconvolgente come quella dell’esistenza di altre forme di vita sulla Terra.

Forte di un cast d’eccezione che include Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Coleman Domingo e Ewe Hewson, la pellicola vede intrecciarsi le vicende della meteorologa Margaret Fairchild e dell’informatico Daniel Kellner, entrambi determinati a rivelare all’umanità l’esistenza degli alieni dopo che la società segreta Wardex ha nascosto per decenni le prove concrete del loro passaggio sul nostro pianeta. A ostacolarli sarà il direttore Noah Scanlon, pronto a tutto pur di garantire il mantenimento dello status quo e proteggere misteri custoditi per lungo tempo.

Dopo aver conquistato giudizi estremamente positivi già dalle prime anteprime stampa, il film, che ha debuttato nelle sale lo scorso 10 giugno, sta ottenendo, secondo le prime stime, risultati ancora modesti. Le proiezioni del box office americano, infatti, anticipavano un’apertura compresa tra i 35 e i 40 milioni di dollari nel primo weekend, con circa 65 milioni a livello globale. Dati non particolarmente entusiasmanti, soprattutto alla luce dei numeri altrettanto tiepidi registrati da recenti blockbuster come “Star Wars: The Mandalorian and Grogu” e “Masters of the Universe”. In questo caso, perciò, si tratterebbe di elementi d’analisi che non riguarderebbero esclusivamente l’interesse del pubblico nei confronti di “Disclosure Day”, ma più in generale l’esperienza cinematografica nel suo complesso, almeno per quanto concerne l’attuale stagione estiva.

A sorpresa, Spielberg ha ammesso pubblicamente, durante la campagna promozionale del film, che non vorrebbe mai trovarsi nella situazione di rivelare al mondo l’esistenza degli extraterrestri. Ha poi precisato che non auspicherebbe necessariamente un faccia a faccia tra due civiltà diverse, ma che gli basterebbe assistere anche solo a una piccola prova del fatto che l’umanità non sia sola nell’universo. Ironizzando sull’argomento, il regista ha perfino affermato che si accontenterebbe, ad esempio, di vedere con i propri occhi un “Tic Tac”, gli inconfondibili UFO che la Marina Statunitense avrebbe individuato nei cieli nel 2004.

Nelle sue ultime interviste, Spielberg ha anche colto l’occasione per tornare su un tema che, dopo tanti anni, continua a tormentarlo: non essere mai riuscito, nonostante il suo eccezionale curriculum, a dirigere un film della saga di James Bond. Ospite del podcast The Rest Is Entertainment, ha raccontato di quando, dopo il successo de “Lo Squalo”, tentò per la prima volta di farsi avanti con gli storici produttori del franchise: «Mi avvicinai a Cubby dopo che Lo Squalo era diventato un enorme successo. Avevo sempre voluto realizzare un film di James Bond fin dal giorno in cui avevo visto Dr. No. Così lo chiamai dopo il successo di Lo Squalo e mi offrii volontario. Gli dissi: se aveste bisogno di un regista, mi piacerebbe moltissimo dirigere un Bond. Mi disse di no».

Una seconda occasione si presentò dopo il successo di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, quando il produttore Albert Broccoli chiese a Spielberg il permesso di utilizzare un motivo musicale tratto dal suo film, per poi inserirlo all’interno di “Moonraker”. A quel punto, il regista replicò: «Gli dissi: facciamo un patto. Ti concedo il permesso di usare quelle cinque note se mi lasci dirigere un film di James Bond. Mi disse di no. Ma gli diedi comunque il permesso di usare le note».

Ancora oggi, il geniale cineasta si interroga sulle reali motivazioni che avrebbero portato a quei continui rifiuti: «Mi hanno sempre respinto. Almeno Broccoli lo ha fatto. Non mi ha mai spiegato perché non volesse farmi entrare nella famiglia Bond». Tuttavia, furono proprio quei no a spianare la strada per la nascita di “Indiana Jones”, precisamente quando George Lucas si rivolse a lui durante una vacanza alla Hawaii nel 1977: «Quando raccontai la storia a George Lucas, lui mi disse: ho qualcosa di meglio di Bond. Si chiama Indiana Smith. Mi raccontò tutta la premessa della serie di Indiana Jones ed è così che ho ottenuto quel lavoro».

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