Il termine “totalitario” fu coniato alla metà degli anni ’20 in Italia per precisare le caratteristiche dello Stato fascista e la sua capacità di intervenire in ogni ambito della vita degli italiani e delle italiane. Ma cosa caratterizzava il totalitarismo fascista (e anche gli altri totalitarismi della prima metà del Novecento, come il nazismo e lo stalinismo)? Prima di tutto la presenza di una ideologia ufficiale che ha lo scopo di trasformare sia la società, sia la stessa natura umana, identificando la società con lo Stato. Allo Stato viene subordinato, quindi, l’individuo in tutti gli aspetti della sua vita e nessuna opposizione può essere tollerata. In secondo luogo, l’esistenza di un partito unico, guidato da un capo carismatico, oggetto di un culto della personalità, che ha annullato la democratica tripartizione dei poteri e assomma in sé sia il potere legislativo sia quello esecutivo. Il partito unico non si sottopone ad alcun giudizio dei cittadini e i suoi capi vengono sempre dall’interno del partito stesso; ma i veri detentori del potere sono solo pochissimi individui. In aggiunta, il totalitarismo si basa su un sistema economico in cui una rigida burocrazia, dipendente direttamente dal partito, provvede alla pianificazione della produzione e alla distribuzione di beni e di servizi. Poi serve una polizia capillare addestrata al controllo della vita privata dei cittadini per spegnere sul nascere qualsiasi forma di dissenso. Segue poi il controllo assoluto sui mezzi di informazione attraverso una rigorosa censura. E per finire, nei totalitarismi bisogna agire in ogni ambito della vita pubblica così da alimentare il consenso ed eliminare o quantomeno delegittimare ogni forma di dissenso. Bisogna quindi usare al massimo livello gli strumenti della propaganda.

Mussolini, per esempio, intuì le grandi potenzialità del cinema come strumento di propaganda fascista e della potenza italiana. A Roma fu creata Cinecittà, la Hollywood d’Italia, e il Centro sperimentale di cinematografia. Nelle sale cinematografiche, le proiezioni erano precedute dai cinegiornali che propagandavano i successi del regime, prodotti dall’Istituto Luce, sorto nel 1924. Un altro potente strumento di propaganda fu la radio con cui la voce del Duce poteva entrare nelle case di tutti gli italiani: nel 1938 si raggiunse la cifra di un milione di utenti. In ogni città e paese vennero collocati altoparlanti per ascoltare i discorsi di Mussolini e trasmissioni di propaganda come le Cronache del regime.

Anche la musica non poteva sfuggire al controllo del Duce, sia quella leggera delle canzonette, sia quella classica. Ma cosa accade quando un regime decide che anche la musica deve obbedirgli? Musica nell’Italia fascista (il Saggiatore, 2026, pp. 400, anche e-book, traduzione di Luca Fontana) è il racconto di come il potere in camicia nera entrò nei teatri, nei conservatori, nelle orchestre, trasformando un intero sistema culturale in strumento di creazione del consenso.

La copertina del libro

Nel saggio lo scrittore e storico della musica Harvey Sachs ricostruisce le tappe e le modalità con cui una delle più articolate scene musicali d’Europa si adattò – spesso con sorprendente rapidità – alle regole, alle convenienze e alle menzogne del fascismo: dalla sorveglianza costante cui fu sottoposto Arturo Toscanini – costretto infine all’esilio – al carcere cui fu destinato il musicologo e critico militante Massimo Mila; dalle vicende di compositori come Respighi, Pizzetti, Casella, Malipiero, divisi tra adesione, ambiguità e dissenso, a quelle dei molti funzionari zelanti e mediocri, critici compiacenti, amministratori manovrieri che collaborarono attivamente con il regime. In questo giro di vite, anche le istituzioni, i grandi teatri d'opera e i festival furono investiti dal nuovo corso, portando, fra le altre cose, alla nascita dei sindacati fascisti dei musicisti e alla fondazione del Maggio Musicale Fiorentino come mezzo di propaganda.

È una storia di episodi concreti, fatta di lettere servili (in cui veniva esaltata l’abilità di Mussolini nel suonare il violino), decisioni improvvise e piccoli compromessi quotidiani all’ombra della grande macchina burocratica della dittatura. Musica nell’Italia fascista non racconta quindi un’eccezione, ma un meccanismo ricorrente, che riguarda il rapporto tra cultura, responsabilità e potere. Ciò che rimane, al di là di una sequela di direttive, proclami e leggi, sono le vite di chi, davanti a ordini ingiusti, ha scelto di piegarsi, tacere, partecipare, servire, e dei pochi che, invece, hanno cercato di resistere e hanno perso tutto – tranne la propria dignità.

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