Morgan Freeman: il veterano del cinema racconta la vita a Hollywood tra qualità del lavoro e compenso
Una carriera brillante e prolifica come poche altre sulla scenaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Se c’è un professionista del grande schermo che può condividere innumerevoli esperienze ed elargire consigli alle nuove generazioni, quello è senz’altro Morgan Freeman. Interprete di alcuni tra i più grandi capolavori che, negli ultimi cinquant’anni, hanno contribuito al prestigio del cinema americano, la star può sfoggiare, alla veneranda età di ottantanove anni, una carriera brillante e prolifica come poche altre sulla scena.
Dall’apparizione in classici intramontabili come «A spasso con Daisy» di Bruce Beresford e «Le ali della libertà» di Frank Darabont, Freeman ha instaurato un intenso scambio creativo con Clint Eastwood, apparendo in pellicole tra cui «Gli Spietati» e «Million Dollar Baby», con quest’ultimo che gli è valso il premio Oscar come miglior attore non protagonista. Fondamentale è stato poi l’incontro con David Fincher, che, a partire dal successo di «Seven», ha permesso all’attore di distinguersi negli anni tra i volti più richiesti del thriller psicologico, apparendo in titoli come «Il collezionista» di Gary Fleder, «Under Suspiction» di Stephen Hopkins e «Nella morsa del ragno» di Lee Tamahori.
Ma il talento e la versatilità dell’artista non si fermano certo qui: oltre alle apparizioni nel genere storico, come quella apprezzata in «Amistad» di Steven Spielberg, Freeman ha debuttato anche nel mondo dei cinecomic, figurando nella trilogia de «Il Cavaliere Oscuro» diretta da Christopher Nolan. Senza smettere di stupire, ha saputo distinguersi perfino nel cinema più disimpegnato, interpretando nientemeno che il personaggio di Dio nei film «Una settimana da Dio» e «Un’impresa da Dio», al fianco di fuoriclasse come Jim Carrey e Steve Carrell.
Proprio a proposito delle emozioni vissute nei panni di una figura così solenne, la star ha raccontato, in un’intervista al The Guardian dello scorso anno, come ormai la sua caratteristica voce profonda venga comunemente associata a quella del personaggio. Ha rivelato nel merito: «È stato interessante, però, il risultato di aver interpretato Dio nei film. Il pubblico ci ha creduto. Voglio dire, ci ha davvero creduto. Entro in una stanza e dicono: è appena entrato Dio. Dico qualcosa e rispondono: oh, è la voce di Dio. È andata avanti per tantissimo tempo». Affermando scherzosamente di non aver sentito la pressione del ruolo, ha aggiunto: «Evito con forza quella pressione. È come dire: resta tranquillo, tieni tutto sotto controllo, non cercare di convincermi che quella sia la mia identità».
Ma, con la stessa durezza che in certi casi impone la legge di Dio, Freeman non ha esitato a esporre le proprie critiche sui mutamenti del mercato, dovute soprattutto all’influenza inarrestabile e all’uso improprio delle intelligenze artificiali. Memore soprattutto dell’effetto positivo che ha avuto la sua voce con la suddetta interpretazione, l’attore non ha tenuto a freno la propria rabbia nel mettere in luce i potenziali pericoli in cui il settore rischia di imbattersi. Ha affermato in proposito: «Sono un po' incazzato, sai. Come qualunque altro attore: non voglio essere imitato in modo così falso. Non lo apprezzo, e vengo pagato per fare queste cose, quindi se fai qualcosa senza il mio consenso, mi stai derubando». E, senza nascondere le contromisure messe in atto per tutelarsi, ha aggiunto: «Ti dico solo che i miei avvocati sono stati molto, molto impegnati».
Scagliandosi inevitabilmente contro alcune invenzioni discutibili degli studios e, in particolare, contro Tilly Norwood, l’attrice interamente creata con l’utilizzo dell’IA, ha dichiarato: «Non la sopporta nessuno perché non è reale eppure prende il posto di persone vere. Non funzionerà molto bene né al cinema né in televisione. Tilly Norwood non è un'attrice, è un personaggio generato da un programma allenato sul lavoro di innumerevoli interpreti professionisti senza permesso né compenso».
Aprendosi invece ad altri aspetti relativi all’etica del lavoro, Freeman non ha avuto paura di ammettere che, in certi casi, il compenso giustifichi la partecipazione a un progetto, anche quando quest’ultimo dovesse presentare delle imperfezioni nella scrittura. Nella sua ultima intervista al New York Times, ha sostenuto: «Quando qualcuno ti offre un lavoro è fantastico se, oltre all'ingaggio, ti consegna anche una sceneggiatura entusiasmante. Ma nella realtà entrano in gioco due o tre aspetti. Quanto ti pagheranno? Se ti pagano abbastanza, puoi anche sorvolare su alcuni difetti della sceneggiatura. A volte fai presente che alcune cose non funzionano e, nella maggior parte dei casi, si riesce a sistemarle».
Accennando infine alle opportunità di lavoro per il futuro, ha affermato senza esitazioni: «Se riesci ad alzarti dal letto e a non cadere appena metti i piedi a terra, allora devi solo essere grato e continuare a vivere. Io lavorerò finché potrò, finché qualcuno mi dirà: vuoi interpretare questa parte? Ogni tanto penso alla pensione, ma basta che il mio agente mi dica che c'è un'offerta e ricomincio subito a chiedermi quanto pagano e dove si gira».
