“Melania”, in Italia mediocre accoglienza per il documentario sulla first lady
Diretto da Brett Ratner, è incentrato sui venti giorni precedenti all’inaugurazione presidenziale del 2025Melania Trump (Ansa - EPA/STEFANI REYNOLDS / POOL)
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Alla luce dell’attuale situazione di instabilità sul fronte internazionale, della politica anti-migratoria propugnata da Donald Trump e degli scandali sui file Epstein ormai divenuti di dominio pubblico, non poteva che scaldare ulteriormente il dibattito l’uscita, lo scorso 30 gennaio, di “Melania”. Il documentario sulla first lady Melania Trump, diretto da Brett Ratner e incentrato sui venti giorni precedenti all’inaugurazione presidenziale del 2025, punta a conferire uno sguardo più intimo e propositivo alla figura del personaggio politico, spesso contestato invece per il suo approccio freddo e distaccato alla cosa pubblica.
Com’era lecito supporre, il film ha fatto presto discutere per svariati motivi: dalle inevitabili influenze del presidente sul progetto alla scelta di Ratner, ingaggiato, sembrerebbe, allo scopo di conferire al profilo di Melania una connotazione ben specifica. Sull’esito dei lavori, Trump non ha lasciato spazio a fraintendimenti, definendo il progetto «simply amazing», semplicemente fantastico. Non poche polemiche si sono rincorse inoltre all’interno dell’industria cinematografica, con alcuni che hanno ritenuto il documentario un tentativo subdolo di ripulire la cattiva nomea del regista, alludendo alle accuse a suo carico di molestie sul lavoro.
Indubbiamente, e al di là delle controversie, Ratner ha potuto contare su una produzione di altissimo livello, tra cui, in particolare, spicca l’apporto alla fotografia di un eccezionale trio composto da Barry Peterson, Jeff Cronenweth e Dante Spinotti. Ciò è merito senz’altro dell’impressionante budget di 40 milioni di dollari investito, a cui si sono aggiunti - stando alle informazioni di The Hollywood Reporter - ulteriori 35 milioni per la promozione, che di fatto decretano “Melania” come il documentario più costoso della storia.
In base a simili premesse, a sorprendere maggiormente è stata la discrepanza tra la percezione del pubblico e le opinioni della critica: su Rotten Tomatoes, infatti, “Melania” si attesta su un punteggio record del 99% di gradimento da parte degli spettatori e su appena un 7% da parte della stampa specializzata. Una distanza abissale che non passa certo inosservata e che avrebbe motivato addirittura il sito a intervenire sulla questione, in particolare dopo il commento di Rolling Stone, che l’ha definita «la più grande discrepanza nella storia del sito».
In risposta a plausibili sospetti, secondo cui dietro il risultato si nasconderebbero in realtà campagne coordinate del movimento MAGA studiate ad hoc per gonfiare il punteggio, è intervenuta Versant, che ha subito spento le polemiche dichiarando a Variety: «Non c'è stata alcuna interferenza bot nelle recensioni del pubblico per il documentario Melania. Le recensioni mostrate nel Popcornmeter sono verificate, il che significa che è stato accertato che gli utenti hanno acquistato un biglietto per il film». Sulla situazione non potevano ovviamente mancare i commenti sarcastici, come quello di Jimmy Kimmel, che durante la puntata del suo late show andata in onda il 4 febbraio ha affermato: «Al momento Melania ha il 5% dalla critica. Per capirci, è l'1% in meno di Gigli. Ma il pubblico gli dà il 99%, l'1% in più de Il Padrino. E sono sicuro che Donald J. Corleone non c'entri nulla».
Profondamente diversa è invece la risposta del pubblico italiano, che ha fatto registrare al debutto del titolo il clamoroso flop di appena 772 euro d’incasso e soli 104 spettatori complessivi, corrispondenti a meno di due persone per schermo. Un dato che, in contrasto con la distribuzione in ben 61 sale, lo colloca al 63° posto in classifica tra le proiezioni disponibili, ponendolo a netta distanza anche rispetto alle uscite minori. Considerati i numeri, possiamo affermare con certezza di essere davanti a un fenomeno culturale prima ancora che commerciale, con gli spettatori nostrani che, anche a fronte dell’ampia distribuzione, hanno dimostrato un chiaro disinteresse nei confronti del prodotto. Proprio in ragione di ciò, vale però la pena segnalare la netta differenza con il mercato statunitense: con 7 milioni di dollari incassati già nel primo weekend, “Melania” si trova attualmente collocato al terzo posto al box office.
E, come se non bastasse, “Melania” sembra aver attirato perfino le ire di Paul Thomas Anderson, cineasta di culto attualmente in corsa agli Oscar per “Una battaglia dopo l’altra”. Scoperto che un brano originale della colonna sonora de “Il filo nascosto”, composta da Jonny Greenwood, è stato utilizzato senza preavviso nel documentario, il regista non ha perso occasione per lamentarsi dell’accaduto e richiederne l’immediata rimozione: «È giunto alla nostra attenzione che un brano musicale de Il filo nascosto è stato utilizzato nel documentario Melania. Sebbene Jonny Greenwood non possieda i diritti d'autore della colonna sonora, la Universal non ha consultato Jonny su questo utilizzo da parte di terzi, violando così il suo contratto di compositore. Di conseguenza, Jonny e Paul Thomas Anderson hanno chiesto che il brano venga rimosso dal documentario». L’ennesimo episodio spiacevole che va ad aggiungersi alla lunga lista e che, inevitabilmente, colloca “Melania” tra i titoli più controversi della stagione.
