Matt Damon: «Il cinema? È come andare in chiesa: non sta ad aspettarti»
L’attore contro l’impatto devastante che la cancel culture sta esercitando a danno delle celebritàPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Un duo cinematografico che non ha certo bisogno di presentazioni è tornato a rimpolpare l’offerta di Netflix con “The Rip - Soldi sporchi”: il nuovo action diretto da Joe Carnahan che vede come protagonisti Matt Damon e Ben Affleck, colleghi inseparabili sul set e amici di lunga data. Pochi, forse, ricordano che proprio a loro va attribuito in buona parte il successo di “Will Hunting - Genio ribelle”: un film ideato e scritto insieme quando ancora aspiravano a diventare affermate star di Hollywood e che - oltre a vantare una regia firmata da Gus Van Sant e un’interpretazione memorabile di Robin Williams - valse loro il premio Oscar per la migliore sceneggiatura nel 1998.
L’ingenuità giovanile e l’incontenibile entusiasmo diedero anche sfogo,durante la cerimonia, a un impacciato discorso di ringraziamento, che gli attori ricordano ancora oggi, a distanza di molto tempo, con evidente imbarazzo. Ospiti all’ultima puntata del The Howard Stern Show, Matt ha affrontato per primo l’argomento, dichiarando in proposito: «La cosa divertente, in realtà, è che il motivo per cui è stato un po' disorganizzato è che non abbiamo mai avuto una conversazione tra noi su cosa avremmo detto. Perché, onestamente, ognuno di noi sapeva nel profondo che se avessimo avuto quella conversazione e poi non avessimo vinto, tra cinquant’anni saremmo stati in qualche bar di Boston a dire: ci credi che abbiamo scritto un discorso per gli Oscar? Che idioti. Così, quando siamo saliti sul palco, ricordo di aver spinto Ben verso il microfono. Gli ho detto: io non lo faccio».
E Ben, accodandosi, ha proseguito: «Pensavo: che cosa dovrei dire? Quindi, in un certo senso, penso che sarebbe stato intelligente riflettere un po' su quello che avrei detto davanti a tutto il mondo. L'anno prima di quegli Oscar, guardavamo la cerimonia da Somerville, nel Massachusetts, in un piccolo appartamento come tutti gli altri, completamente dall'esterno. Così sembrava ancora di essere quelle persone che guardano lo show e che, all'improvviso, vedono lo schermo aprirsi e ci entrano dentro, come in uno di quei sogni strani».
Ma oltre agli aneddoti personali, la campagna promozionale di “The Rip - Soldi sporchi” è stata anche un’opportunità per affrontare lo stato attuale dell’industria cinematografica. Presente a una puntata del podcast The Joe Rogan Experience, Matt Damon ha espresso un’accorata opinione sull’impatto devastante che la cancel culture sta esercitando a danno delle celebrità. Descrivendolo come un fenomeno che non conosce fine anche a distanza di anni, ha sostenuto in proposito: «Scommetto che alcune di quelle persone avrebbero preferito andare in prigione per diciotto mesi o qualcosa del genere, e poi uscire e dire: ho pagato il mio debito. Abbiamo finito. Possiamo finirla? Il fatto di essere così pubblicamente messi alla gogna non finisce mai. E la prima cosa che sai, semplicemente, è che ti seguirà fino alla tomba».
Con eguale trasporto, l’attore ha riflettuto sul modo in cui le piattaforme streaming abbiano col tempo abituato l’utenza a fruire i contenuti in modo diverso. Invitato al Joe Rogan Experience, anche stavolta in compagnia diBen Affleck, ha affermato sull’esperienza al cinema: «Sono andato a vedere Una battaglia dopo l’altra in IMAX, non c'è niente di paragonabile a quella sensazione. Sei lì con quello che sai essere un gruppo di sconosciuti, ma sono persone della tua comunità e state vivendo questa esperienza insieme. Dico sempre che è più simile ad andare in chiesa: ti presenti in un'ora specifica. Non sta ad aspettarti».
E sulle differenze con l’offerta streaming, tra cui nello specifico Netflix, ha continuato: «Ad esempio, Netflix... Il modo standard per fare un film action, come abbiamo scoperto, era che abitualmente devono avere tre grandi pezzi obbligatori: il primo grande, con tutte le esplosioni, e spendi la maggior parte dei tuoi soldi su quello nel terzo atto. Quello è il tuo finale. Possiamo avere una grande scena nei primi cinque minuti? Vogliamo che le persone rimangano sintonizzate. E non sarebbe terribile se ripeteste la trama tre o quattro volte nei dialoghi perché le persone stanno usando i telefoni mentre stanno guardando. Sta iniziando realmente a infrangere il modo in cui raccontiamo queste storie».
