Karim Qqru, l’Isola nel cuore: «Mia nonna mi ha insegnato il sardo prima dell’italiano»
Il batterista degli Zen Circus parla dell’ultimo album, il tour estivo, la musica di oggi e la paura per lo spopolamento: «Vedere i paesi svuotarsi mi fa male»Karim Qqru, al secolo Gian Paolo Cuccuru, 43 anni, batterista degli Zen Circus (foto Ufficio stampa)
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Da bambino attraversava il mare sul Moby Prince, quando il nome del traghetto non era ancora associato alle parole “strage” o “disastro”, ma era il ponte tra la Sardegna e il continente, uno dei pochi per le famiglie che non potevano pagare i prezzi proibitivi degli aerei. Quarantatré anni dopo essere nato («per caso») in Toscana, Karim Qqru, al secolo Gian Paolo Cuccuru, batterista degli Zen Circus, non ha mai smesso di sentirsi profondamente sardo. Le sue origini affondano nel Meilogu, tra Pozzomaggiore e Mara, in quella Sardegna dell'entroterra dove è cresciuto con un patrimonio di tradizioni inestimabile. Con gli Zen Circus quest'estate è tornato a suonare nell’Isola, al Sa-Rock Festival, per la prima volta dall'uscita dell’ultimo album, "Il Male", il tredicesimo messo in archivio assieme a un romanzo “antibiografico”, un Sanremo nel 2019 e migliaia di concerti.
L’Isola è una terra che chiama casa. Cosa c'è di sardo nel suo modo di vivere?
«L'imprinting è forte grazie a mia nonna che parlava in sardo insegnandomelo ancora prima dell’italiano, a entrambi i miei genitori, i primi della famiglia ad andare all’università, a mio nonno paterno che faceva il fantino. E poi c’è il mio presente: mia moglie è casteddaia, mio figlio è nato a Cagliari, all’ospedale San Giovanni di Dio. La Sardegna è il posto dove spero di morire».
Ogni volta che torna trova un’Isola diversa o è lei a guardarla con altri occhi?
«Cagliari diventa sempre più grande, si spopolano i piccoli paesi e pensare che possano sparire quelli in cui sono cresciuto mi fa male. Sarebbe la fine di una testimonianza antica millenni. Certo, è un processo inevitabile: le persone cercano lavoro, si spostano, cambiano vita. Quello che mi preoccupa è una corsa al progresso che rischia di trasformarsi nella vergogna del proprio passato».
Nel tour estivo convivono “Il Male”, i classici e i dieci anni de “La Terza Guerra Mondiale”. Come si costruisce una scaletta simile?
«Cercando un equilibrio. Il nostro ultimo disco è stato accolto bene e ha portato un pubblico nuovo ma ci sono tanti pezzi considerati ormai imprescindibili. Resta il fatto che a noi piace l'imprevedibilità: non suoniamo con le sequenze, il metronomo o il timecode. Ogni concerto può cambiare strada da un momento all’altro».
Dieci anni fa “La Terza Guerra Mondiale” sembrava quasi una provocazione. Oggi è la paura concreta di tanti.
«Vero che le guerre ci sono sempre state, ma avevamo imparato a considerarle lontane e c’era un velo di ironia nel titolo di quell’album. Oggi c’è un clima che non avevo mai respirato. Mio figlio ha 14 anni e per la prima volta mi capita di chiedermi se un giorno potrebbe essere chiamato a fare il servizio militare».
Le band sono in via di estinzione, eppure voi resistete.
«Essere una band è un esercizio di democrazia. Se quella democrazia non funziona, un gruppo musicale prima o poi esplode. Oggi viviamo in un'epoca individualista, dominata dall’io e dall’esposizione continua di sé attraverso i social».
Non solo siete una band, ma anche una band rock.
«Ormai le sottoculture sono quasi scomparse, sopravvive solo qualche cellula storica che unisce in un sentimento di eterna nostalgia. Adesso escono così tante canzoni che è quasi come se non ne uscisse nessuna. Basta un reel per trasformare uno sconosciuto in una star e farlo sparire con la stessa velocità».
Pessimista?
«Di un pessimismo fiducioso. Stiamo attraversando il cambiamento più veloce della storia recente: forse non abbiamo ancora toccato il fondo ma è da lì nascerà qualcosa di nuovo, nella musica ma anche nell’arte e nella società».
