Javier Bardem, il divo che unisce cinema e impegno politico
Dai grandi registi internazionali alla saga di «Dune» e «007», passando per il sostegno alla causa palestinese e le battaglie socialiJavier Bardem ( ANSA/ETTORE FERRARI)
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Chi ha attirato ultimamente grande attenzione su di sé, nell’ambito delle questioni che interessano il variegato mondo dello spettacolo, è senza dubbio Javier Bardem, non soltanto per le prodezze sul set, ma anche per le mobilitazioni di carattere sociale che lo hanno visto direttamente coinvolto. La star, ormai affermata tra i più noti attori spagnoli a livello internazionale, ha consolidato, non a caso, la propria visibilità affiancando al prestigio delle apparizioni sullo schermo un’immagine pubblica scandita dalla coerenza dei propri ideali politici e umanitari, inquadrando la finalità artistica del proprio mestiere come strettamente intrecciata all’azione pubblica.
Dopo aver collaborato con maestri del calibro di Pedro Almodóvar e Alejandro Amenábar, Bardem ha visto la propria carriera spiccare il volo per aver interpretato, nel 2007, l’inquietante serial killer Anton Chigurh nel thriller «Non è un paese per vecchi» dei fratelli Coen. Da quel momento, l’attore ha continuato a stringere collaborazioni con figure di assoluto rilievo: da Terrence Malick in «To The Wonder» a Woody Allen in «Vicky Cristina Barcelona», da Alejandro González Iñárritu in «Biutiful» fino a Darren Aronofsky in «Madre!».
La scelta consapevole di alternare le produzioni più ricercate a quelle mainstream lo ha portato ad attestare un solido equilibrio tra aspirazione artistica ed esposizione mediatica. Una decisione particolarmente azzeccata, in questo senso, è stata la sua partecipazione nella saga di «Dune» firmata da Denis Villeneuve: esempio perfetto di superproduzione che non manca di ambizioni autoriali, ideale per dar sfogo al proprio talento senza rinunciare, nel frattempo, a un’enorme visibilità.
Per ciò che concerne invece l’attuale dibattito politico, Bardem ha recentemente partecipato in veste di produttore esecutivo alla realizzazione di «Tutto quello che resta di te»: dramma palestinese diretto da Cherien Dabis e inserito nel contesto critico della situazione a Gaza. Ambientato inizialmente nella Cisgiordania degli anni ‘80, il film parte dalla storia di un giovane manifestante palestinese per aprirsi al dramma di una famiglia segnata dallo sradicamento e dalla violenza, in un arco narrativo che si estende per oltre settant’anni.
Una scelta produttiva che si allinea alla precedente adesione dell’attore al Film Workers for Palestine, il movimento internazionale i cui firmatari, tutti appartenenti all’industria dell’audiovisivo e oggi più di ottomila, dichiarano apertamente di non voler più collaborare con istituzioni e società cinematografiche israeliane «implicate nel genocidio e nell'apartheid contro il popolo palestinese», prendendo le distanze anche da forme di complicità che includono il «ripulire o giustificare il genocidio e l'apartheid e/o collaborare con il governo che li commette».
Un’altra occasione di ribalta internazionale è stata la presentazione, all’ultima Mostra di Venezia, di «Bunker»: thriller diretto da Florian Zeller che ha visto la star comparire al fianco della moglie Penélope Cruz e che, al termine dell’anteprima, ha ricevuto una standing ovation di oltre quindici minuti. Dopo i convincenti «The Father» e «The Son», Zeller firma una sceneggiatura pensata appositamente per la coppia, in cui i due attori si trovano a mettere in discussione le proprie posizioni ideologiche, oltre ad affrontare paure di carattere economico e sociale tipiche della contemporaneità. Per il regista, «Bunker» ha rappresentato l’occasione per sondare il confine tra realtà e finzione, partendo dalla dimensione sentimentale fino ad abbracciare tematiche più ampie, come l’estrema ricchezza e le tensioni socioeconomiche derivanti dall’isolamento dell’élite tecnologica.
Ma tornando ai successi del passato, Bardem è anche ricordato per aver interpretato il personaggio di Raoul Silva in «Skyfall», episodio della saga di «007» diretto da Sam Mendes. In una recente intervista, dopo aver svelato di aver inizialmente rifiutato la parte perché intimidito da una produzione di così ampia portata, l’attore ha ammesso di essersi convinto a cambiare idea dopo l’incontro con Mendes, con il quale condivideva l’idea di delineare un antagonista molto diverso dal quelli del passato.
Affermava all’epoca, in preda alle titubanze iniziali: «Che cosa ci faccio in un film di James Bond? Che cosa posso fare?». E, dopo aver definito Mendez «un genio», ha spiegato che la grande disponibilità del regista ad accogliere le idee altrui è stata fondamentale per lanciarsi in un’iniziativa molto audace: «E se volesse fare sesso con Mr. Bond?». Come già sappiamo, l’intuizione è servita per creare uno dei villain più carismatici contro cui James Bond abbia dovuto confrontarsi, oltre ad aver contribuito a rendere «Skyfall» il maggiore successo commerciale nella storia del franchise.
