La casa di Milano ormai l’ha venduta e da tre anni è in pianta stabile nella terra dove suo padre aveva trovato rifugio e ispirazione, la Sardegna, «uno dei posti migliori in cui vivere». Cristiano De André risponde da Portobello di Gallura alla vigilia delle due tappe sarde, il 26 alla Musica Arena di Cagliari nell’ambito del festival Rock n' Beer and Music e il giorno successivo al Teatro di Tharros a Cabras, per "De André canta De André Best Of Estate 2026", il tour che raccoglie il meglio del monumentale lavoro dedicato al repertorio del padre. Un viaggio tra i brani più amati, nuovi arrangiamenti, ricordi personali e riflessioni su temi che, dalla guerra al potere, continuano a parlare di noi.

Cristiano De André, esiste ancora un nuovo modo di raccontare questi capolavori?

«Io credo di sì, questo è proprio un "best of". Ci sono tre brani nuovi e diverse rivisitazioni, pur dovendo fare una scelta perché il patrimonio di papà è immenso. Ne è venuto fuori un concerto importante, di 23-24 canzoni, ma anche di aneddoti e storie della sua vita».

L’opera di Fabrizio De André attraversa il tempo senza perdere forza. Quali sono, secondo lei, i temi oggi ancora più attuali?

«La guerra, il potere e i soprusi del potere. Papà, già durante il suo ultimo tour, si sentiva sconfitto perché vedeva la violenza nel mondo ripetersi e anzi accrescere. Mi disse: "Dopo tanti anni di musica, non è servito a niente". Io penso che, in parte, sia vero. È servito a risvegliare tante coscienze, ma adesso bisogna mettere in pratica i valori che cantava e fare in modo che non restino soltanto parole».

Tra i tanti brani che porta sul palco, ce n'è uno che continua a cambiare significato con il passare del tempo?

«"Fiume Sand Creek". Racconta lo sterminio dei nativi americani, ma oggi io la dedico ai palestinesi».

In questo progetto lei non è soltanto la voce, ma anche un musicista che passa dalla chitarra al pianoforte, dal violino al bouzouki.

«Ho portato queste canzoni verso il mio gusto, che è molto vicino alla world music. Sono influenze che me le fanno sentire un po' più mie, oltre al fatto che le ho viste nascere e scrivere in diretta».

Ai suoi concerti ci sono tanti giovani, come spiega questo legame?

«Credo che mio padre abbia raggiunto un livello di scrittura talmente profondo e alto da renderla atemporale. È stato un grande umanista e ha dato risposte a domande esistenziali che i ragazzi continuano a porsi: vedono in lui una sorta di padre putativo e lo abbracciano per questo ».

La Sardegna ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di Fabrizio De André. A lei cosa ha dato?

«La Liguria resta la mia prima casa, ma la Sardegna, proprio come lo era per papà, è la mia seconda terra da quando avevo cinque anni, dal 1968. È un paradiso che sembra comprendere il meglio di tanti paesaggi del mondo, dal Grand Canyon alle Maldive. Quando torno, magari dopo un concerto, mi rigenero».

C'è una canzone di Fabrizio che sente particolarmente sarda?

«"Zirichiltaggia", ispirata ai tempi negli anni Settanta in cui si appassionò all’agricoltura fra i boschi di sughere e querce della tenuta dell'Agnata, a Tempio Pausania. Fa subito pensare a quelle rocce meravigliose che sono uno spettacolo della natura e credo che descriva perfettamente un certo spirito della Sardegna».

Negli ultimi anni si parla molto del ritorno della canzone d'autore. Crede che l'opera di Fabrizio De André possa ancora essere un punto di riferimento per i giovani cantautori?

«Il cantautorato è stato un po' messo da parte purtroppo, con un livello del linguaggio che si è molto abbassato. Per questo penso che la musica di mio padre abbia ancora tanto da dare».

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