«Lo scenario terapeutico sta evolvendo rapidamente, al punto che il sogno di arrivare un giorno a guarire tutti i pazienti affetti da una leucemia acuta pediatrica oggi non sembra più una chimera irraggiungibile».

Franco Locatelli, professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile dell’Area clinica e di ricerca di oncoematologia, terapia cellulare, terapie geniche e trapianto emopoietico dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, è abituato a pesare ogni parola. Sessantacinque anni, presidente fino allo scorso anno del Consiglio superiore di Sanità – ruolo che all’epoca del Covid lo fece diventare, suo malgrado, un volto noto in tv – e pioniere della ricerca contro i tumori del sangue, nella sua carriera ha visitato e curato migliaia di bambini e adolescenti, convivendo quotidianamente con la sofferenza loro e delle famiglie. Una situazione che, giocoforza, ti convince a non dare mai false speranze.

Ecco perché la sua previsione, più che un auspicio, è ormai un obiettivo concreto confortato dai dati: la percentuale di guarigione per le leucemie oggi è oltre l’80 per cento, quando appena un paio di decenni fa si superava a malapena il 60. Un risultato straordinario frutto della ricerca scientifica, che non ha mai smesso di esplorare strade nuove, come quella delle Car-T, la rivoluzionaria tecnica in cui i globuli bianchi del paziente vengono trasformati geneticamente in veri e propri killer che riconoscono e distruggono solo le cellule tumorali.

Con le cure oggi a disposizione Carlo Acutis, l’adolescente morto nel 2006 e proclamato santo a settembre scorso, si sarebbe salvato?

«Acutis morì di una leucemia acuta promielocitica che oggi guariamo nel 97-98 per cento dei casi senza un singolo milligrammo di chemioterapia grazie all’impiego combinato di un precursore della vitamina A unito a un derivato dell’arsenico. Quindi sì, avrebbe avuto molte più chance di salvezza. Anche perché quando ho cominciato a fare questo lavoro, nei casi come il suo perdevamo un quarto dei pazienti nelle prime 48-72 ore. Questo dato ci dà l’idea di quanto i progressi siano stati straordinari: basti pensare che oggi riusciamo a guarire tra l’85 e il 90% dei bambini con leucemia linfoblastica acuta e tra il 75 e l’80% di quelli colpiti da leucemia mieloide acuta».

Perché negli adulti i risultati positivi sono meno impressionanti?

«Le lesioni molecolari nelle cellule leucemiche differiscono significativamente tra adulti e bambini e questo contribuisce a spiegare le differenze in termini di andamento di probabilità di guarigione, inoltre i giovani tollerano meglio le terapie rispetto agli adulti over 50».

In che modo l’immunoterapia sta cambiando la prognosi dei pazienti leucemici?

«Quando parliamo di immunoterapia intendiamo sia l’utilizzo di anticorpi mirati ad aggredire il bersaglio sia di cellule Car-T, che sono elementi del sistema immunitario che vengono modificati geneticamente al fine di reindirizzarli su un bersaglio presente nella superficie della cellule tumorali dove si comportano come dei veri e propri cecchini selettivi. Sino a un paio d’anni fa le Car-T venivano applicate solo sulla forma a cellule B della leucemia linfoblastica acuta mentre oggi si cominciano a vedere i primi risultati anche nelle leucemie mieloidi acute ed è una tecnica che si sta sempre più raffinando».

Quali sono i principali benefici delle nuove terapie rispetto alla chemioterapia tradizionale?

«Intanto la limitazione di tutta una serie di effetti collaterali, come l’abbassamento di globuli bianchi e piastrine, la nausea e il vomito. L’immunoterapia riduce il rischio di infezioni, di défaillance della funzione cardiaca, ma anche di pancreatiti e alterazioni delle funzioni endocrinologiche. La chemio non ha però esaurito il suo ruolo e resta fondamentale».

C’è poi il trapianto di midollo osseo, che importanza ha nella cura dei tumori del sangue?

«Continua ad avere un ruolo centrale soprattutto nei pazienti ricaduti o refrattari o che hanno caratteristiche biologiche che, sin dalla diagnosi, fanno predire una elevata probabilità di fallimento delle cure non trapiantologiche. Inoltre è un’arma imprescindibile anche in altre malattie del sangue come i difetti congeniti del sistema immunitario o le aplasie midollari. È dunque fondamentale che ci sia una cultura della donazione, che non presenta alcun rischio. In Italia, nonostante non siamo messi male, si può fare certamente di più, per cui dobbiamo continuare a sensibilizzare tutti i potenziali donatori di midollo, cioè i soggetti sani con un’età tra i 18 e i 35 anni: con questo gesto di biosolidarietà si è in grado di offrire possibilità concrete di guarigione a un adulto o bambino che necessita di un trapianto».

Per finanziare la ricerca servono molti soldi, in Italia come siamo messi su questo fronte?

«Oggi le maggiori risorse a disposizione – circa tre quarti – arrivano da istituzioni private come l’Airc, la Fondazione Umberto Veronesi e l’Ail. Lo Stato invece dovrebbe fare molto di più, magari anche andando a riservare dei fondi specificatamente dedicati all’oncologia pediatrica, cosa che al momento non succede. Più capiamo dei meccanismi che sono responsabili dello sviluppo di cellule leucemiche più riusciamo a essere selettivi con terapie mirate, per questo investire nella ricerca è decisivo».

Nuove terapie ma anche sostegno alla famiglia. Quanto è importante soprattutto in caso di pazienti bambini o adolescenti?

«Moltissimo, quando si ammala un bambino si ammala tutta la famiglia, per cui riuscire a guarire un bambino vuol dire guarire tutta la famiglia. In tutti i centri di oncoematologia pediatrica, ormai, ci sono associazioni di volontariato e team di psicologi che hanno proprio lo scopo di supportare anche genitori, fratelli e sorelle, nonni e nonne. Giovenale diceva “maxima debetur puero reverentia” (al fanciullo si deve la massima attenzione ndr), una massima che tutti dobbiamo sempre perseguire».

Lei da oltre 40 anni lavora ogni giorno accanto al dolore e alla sofferenza degli altri, tra l’altro sempre nel servizio sanitario nazionale perché si è sempre rifiutato di fare attività privata. Ha mai vacillato?

«Se per vacillare intende avere la tentazione di smettere di fare questo lavoro la risposta è no, per fortuna non mi è mai successo. Ovviamente, ho sofferto e continuo a soffrire di fronte a certe situazioni in cui l’andamento non è quello sperato, ma ogni bambino che non riusciamo a guarire per me rappresenta uno stimolo per fare sempre meglio e per far sì che l’esito infausto non si ripeta. La verità, in fondo, è che nella mia vita professionale mi ritengo un privilegiato perché svolgo un lavoro che amo profondamente e perché tutti i giorni ricevo tantissimo dal punto di vista umano».

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