Le “politiche” si avvicinano, sono sempre più prossime, probabilmente si terranno nella primavera del 2027, e il Governo di Giorgia Meloni, considerate le vicissitudini interne ed internazionali degli ultimi mesi, accelera sulla Legge Elettorale. Malgrado le possibili divisioni interne sulle modifiche da apportare, malgrado tutto. Il nuovo sistema, denominato “stabilicum” (un nome che vorrebbe essere sinonimo di garanzia, perlomeno fino a prova contraria), prevede l’indicazione del “premier” (se così lo volessimo chiamare) sul programma della coalizione. A conti fatti, siffatta circostanza, al di là dell’enunciato del Provvedimento in discussione, ed anche al di là ed oltre gli esiti della prossima tornata elettorale, potrebbe tornare comunque utile al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, per cercare schermare la sua leadership pure nell’ipotesi, tutt’altro che inverosimile, di sconfitta. Dicendolo diversamente, e restando su un piano di nuda e cruda concretezza, l’indicazione del “premier”, serve a stabilire la guida della coalizione, ossia colui o colei che dopo il voto, anche a prescindere dall’esito, può ben imporre le scelte. Probabilmente, nel contesto politico contingente, al netto dell’oscillante fenomeno dell’astensionismo, sconfitto solo in occasione dell’ultima tornata referendaria, sembra essersi affermata l’idea che escludendo le sfide nei collegi si riesca a non subire in maniera troppo dolorosa la debacle nei confronti della coalizione avversaria, eterogenea nella sua composizione ma certamente unitaria nel fine.

Il punto, tuttavia, sembrerebbe essere ancora un altro: quello per cui non tutti i partiti facenti parte della coalizione di maggioranza (Lega e Forza Italia) potrebbero ritrarre un effettivo vantaggio dalla nuova Legge Elettorale in caso di sconfitta, anzi potrebbero vedere ridotti i loro seggi in Parlamento. Nel nuovo impianto, inoltre, a colpire l’attenzione è l’assenza delle cosiddette “preferenze” conseguendone, per dirlo semplicemente, che i diversi candidati sarebbero eletti dalle segreterie di partito. Se dunque, per Giorgia Meloni, la nuova esaminanda Legge Elettorale torna utile ad evitare una situazione di cosiddetto livellamento parlamentare e a presentare agli elettori una coalizione con una guida sicura, e con condizioni apprezzabili di governabilità, non altrettanto può dirsi per gli altri partiti in coalizione, che potrebbero ritrovarsi travolti dal partito allo stato più forte, ossia proprio da Fratelli d’Italia. Insomma.

L’obiettivo dichiarato è sempre lo stesso: la “governabilità”, ossia la capacità concreta di un qualsivoglia sistema politico di assicurare una conduzione stabile e continua del Paese, evitando il più possibile ogni situazione di paralisi sul piano decisionale. E assai spesso, la contropartita della governabilità si concretizza proprio in un difetto di rappresentatività, con il rischio che tutte le minoranze restino senza “voce” in parlamento. Provando a dirlo più semplicemente, se con la locuzione “governabilità” si volesse intendere (la formula ipotetica si impone) una situazione di equilibrio sociale, economico e istituzionale per cui la continuità dell’azione di governo non risulta ostacolata da situazioni anomale o eccezionali, tuttavia, specie nel contesto politico e partitico italiano, gli equilibri interni al Parlamento tra le varie forze politiche sono stati, e potrebbero ancora essere alterati dal sistema elettorale in uso, fosse pure lo “stabilicum”, in modo da privilegiare la rappresentatività dell’organo collegiale o, al contrario, favorire l’aggregazione dei partiti e, di conseguenza, la formazione e la stabilità di una maggioranza parlamentare, accentuando il divario tra i partiti politici vincenti e quelli perdenti nell’assegnazione dei seggi (premio di maggioranza). Potrebbe sembrare pura retorica, ma talvolta, occorrerebbe ricordare gli insegnamenti delle esperienze pregresse le quali, al di là del giudizio politico che ciascuno può rilasciare, mutatis mutandis, potrebbero rappresentare una cornice da cui trarre insegnamento, specie nella complessità del contesto politico attuale che probabilmente richiederebbe un accordo tra maggioranza e opposizione sulla formula di governo da adottare, proprio sulla falsariga di quello che fu il cosiddetto Pentapartito: ossia la fusione di due esperienze potere, oggi centro destra e centro sinistra, impegnandosi a far coesistere all’interno di una unica grande formazione partiti tra loro alternativi.

Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro

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