Farebbe pensare al Brecht di “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”, se non fosse che quello era un marxista tedesco e lui è un emiliano tendenza Don Camillo. Prima tessera Dc nel ’69, consigliere comunale cattolico nella Modena rossa, consigliere regionale e poi deputato, sottosegretario, ministro e senatore, nell’Italia bipolarista sempre nel centrodestra e quasi sempre in formazioni con D e C nell’acronimo (Ccd, Udc, Pdl, Ncd), Carlo Giovanardi, 76 anni, da otto non è in Parlamento. Sarà che la politica intanto si è irruvidita, ma anche chi dissente da lui su tutto può pensare che nella terza Repubblica che trascolora nella quarta ci sarebbe uno spazio per la sua attitudine a sposare le tesi più laceranti senza abdicare alla bonomia del tratto, quantomeno.

Carlo Giovanardi, che fa?

«Parliamo di stamattina? Lavoro a un convegno che faremo a Fiumicino per smentire tutte le menzogne che continuano a circolare su Ustica».

Quali menzogne?

«La balla cosmica della battaglia aerea, quando ormai è accertato che quell’aereo è saltato per una bomba collocata a bordo. Sono gli stessi attentatori di Fiumicino nel ’73 e nell’85, l’ala estremista dell’Olp».

C’è una verità processuale.

«Nella sentenza di assoluzione dei generali è scritto nero su bianco che la battaglia aerea è un’ipotesi da fantascienza. Ma il processo per cercare i responsabili è ancora aperto: noi ci siamo opposti alla archiviazione e l’opposizione è stata accolta».

Per “noi” chi intende?

«L’associazione per la verità su Ustica. È presieduta dalla signora Cavazza, che nel disastro perse sua madre, e composta dai vertici dell’Aeronautica militare in pensione: piloti, collaudatori, i più bei nomi degli esperti aeronautici che ci sono in Italia».

Amato ha chiesto a Macron di riconoscere che l’aereo fu abbattuto da un caccia francese.

«Con Amato siamo in ottimi rapporti: è stato mio professore e a suo tempo mi diede 30 e lode, poi siamo stati colleghi per anni in Parlamento. Due mesi fa l’ho incontrato a Modena e gli ho detto: “Giuliano, ma vuoi finire nel grottesco? Al processo contro i generali hai dichiarato che una volta recuperato il relitto sarebbe stato chiaro che cos’era successo. E infatti con il relitto i più grandi periti del mondo hanno accertato che fu una bomba. E ti metti a parlare dei francesi, degli americani? Hai parlato addirittura degli israeliani... Ma ti rendi conto?”. E lui: “Ma no, mi hanno frainteso, sono i giornali che hanno stravolto le mie dichiarazioni!”. Tanto è vero che Amato all’ultima iniziativa della Bonfietti ha mandato un messaggio che dice: “Il mio auspicio è che finalmente si scopra la verità”. Non più “francesi” o “israeliani”: la verità. Guardi che i giudici, nella sentenza di assoluzione dei generali, scrivono che quella sera nei pressi di quel Dc-9 non c’era nessun aereo, né italiano né francese. Nello stesso orario ce n’era uno sulla Liguria – lo so perché come ministro ho riferito in Parlamento su Ustica – e uno in quella zona lì, ma mezz’ora dopo. Insomma, noi vogliamo che i signori che hanno messo la bomba vengano assicurati alla giustizia, come per Lockerbie. Perché se allora gli esecutori avevano trent’anni, adesso ne hanno settanta e si posso ancora trovare e arrestare, anziché correre dietro ai fantasmi».

Del missile è certa una larga maggioranza.

«Non è una larga maggioranza! È l’opinione pubblica che ha visto il film e si è fatta influenzare. Ma scusi: per far decollare un caccia servono una portaerei, o una base terrestre, e centinaia di persone. Quindi l’aereo parte, torna dopo due ore senza un missile, ci sono 81 morti e nessuno apre bocca? Tutte le volte che un aereo civile è stato abbattuto per errore lo hanno dovuto ammettere, semplicemente perché lo sapevano in centinaia. È andata così per gli americani con l’aereo iraniano e per i sovietici con il Boeing coreano. Ma lei sa che Luttwak ha coniato il termine “usticare”, per dire come vanno le cose da noi? In tutti i Paesi civili quando c’è un incidente aereo sono i tecnici a determinare le cause. E poi i magistrati vanno a cercare i colpevoli, certo. Ma poi perché tutti i presidenti del Consiglio italiani, di destra e sinistra, quando sono andati in Francia non hanno sollevato il problema? Io ho letto le lettere personali in cui Clinton e Chirac, sul loro onore di presidenti, giurano che non c’entrano niente. Hanno risposto a trentatré rogatorie e qua si continua a dire che non ci hanno mai risposto!».

A che cosa servirebbe sostenere che è stato un missile?

«A creare il mito del governo che ha coperto tutto. Noi come associazione quattro anni fa abbiamo detto: “Signori, sono passati quarant’anni e la tecnica ha fatto passi da gigante: facciamo una superperizia sul relitto”. Sa cosa ci hanno risposto? Purtroppo la perizia non si può più fare perché il relitto, che è prova giudiziaria, è stato rimontato male, ha l’ala alla rovescia e inoltre è stato ripulito per esibirlo in un museo! Le dico un’altra cosa. Quattro o cinque anni fa, quando c’era Conte, mi chiamarono a Palazzo Chigi. Mi fecero ricevere dal capo di gabinetto e dal capo dei servizi, perché io e Gasparri le carte le avevamo viste quando eravamo nella commissione Moro. Erano i carteggi di quando furono sequestrati i missili a Pifano e ad Abu Salek, che era il referente dell’Olp a Bologna e fu arrestato. E subito Arafat scrisse al governo italiano: “Scherziamo? Ci arrestate il nostro uomo a Bologna? Ma noi dopo la strage di Fiumicino del ’73 abbiamo un accordo, possiamo far transitare le armi e in cambio non facciamo attentati in Italia”. A quel punto il governo cercò di far liberare Abu Salek, ma purtroppo i giudici dell’Aquila lo condannarono e l’ala estremista dell’Olp deliberò la rappresaglia. Tanto è vero che da Beirut il mattino del 27 giugno il colonnello Giovannone avvisa: “Signori, tutti i referenti sono spariti: siamo nell’imminenza di un attentato”. E la sera salta l’aereo. Però i due di Palazzo Chigi mi hanno detto: “Giovanardi, su questa roba silenzio o ti incriminiamo, c’è ancora il segreto di Stato”. E Minniti tutte le volte che mi incontrava mi diceva: “Oh, silenzio”. Poi per fortuna ho convinto Draghi e la Meloni, hanno tolto il segreto di Stato e tutte le carte ora sono all’archivio di Stato, consultabili».

Obiezione fin troppo facile.

«Dica».

Lei è lo stesso che dice che Cucchi morì perché denutrito e drogato.

«Ma questa è una roba incredibile che mi hanno attribuito. Non è che estrapoli una parola e diventa una dichiarazione: io non mi sono mai sognato di dire una roba del genere. Io ho difeso gli agenti di custodia dall’accusa di averlo picchiato. E infatti sono stati assolti, ed è per questo che si è arrivati ai carabinieri. Ma Cucchi era in una situazione drammatica quando è stato arrestato. Poi il padre all’udienza conoscitiva disse che era tonico però pesava 34 chili, la sua vita era appesa a un filo».

Spezzato dai carabinieri.

«Guardi che Tedesco, davanti a un ispettore di polizia che è vivo e davanti a un avvocato di Roma che è vivo, venne da me a dire che era uno scandalo che avessero incriminato lui e altri due, che lui era totalmente innocente: lui era davanti, gli altri due carabinieri dietro, a un certo punto Cucchi si era voltato per dare uno schiaffo a uno dei due carabinieri, ha perso l’equilibrio, è caduto e si è fatto male. Due mesi dopo leggo sui giornali che Tedesco era diventato il supertestimone, e diceva che lui non aveva fatto nulla ma gli altri due avevano preso a calci Cucchi. Risultato: lui è fuori e gli altri due si devono fare vent’anni di galera».

Per capire: secondo lei quella morte fu un incidente?

«Io le riferisco la versione che mi ha dato Tedesco davanti a testimoni, dicendo che si è voltato per dare lo schiaffo, è caduto e cadendo si è fatto male. È chiaro che adesso gli altri due carabinieri chiederanno la revisione del processo, e fanno bene».

Lei è diventato bastian contrario stando nella Dc nell’Emilia rossa?

«Io da quando ero consigliere comunale le mie battaglie le ho sempre fatte. L’ultima l’ha vista? Mi sono battuto per mettere una targa sull’Accademia militare: semplicemente ricorda che quello era il palazzo dei duchi di Modena. Han fatto una polemica furibonda: gli Estensi qui, gli Estensi lì… E allora cancelliamo duecento anni di storia, facciamo l’enciclopedia sovietica. Però ho vinto io e la targa c’è».

Cazzullo di quella targa scrive che lei “da sapiente animale politico, fiuta nel Paese un’aria reazionaria che si esprime anche nelle nostalgie per l’Italia preunitaria”.

«Ma io non ho nessuna nostalgia. Gliel’ho anche detto: scusa Cazzullo, tu sei un nostalgico dei Savoia perché a Torino ci sono delle strade intitolate a loro? A Venezia sono nostalgici dei dogi perché ne ricordano i nomi? A Caserta hanno intitolato il parco della reggia a Carlo di Borbone: sono nostalgici anche loro?».

Lei ha un gemello: si è mai finto lui per evitare un seccatore?

«È la regola non scritta dei monozigoti: se uno è in una situazione imbarazzante, dice di essere l’altro».

Ora distinguervi è più facile: lui sta con Rizzo e Alemanno.

«Sì, perché è diventato no-vax. A 72 anni, capisce? E pensare che a Bruxelles mi diede una bella mano».

A Bruxelles?

«Ma sì, ero andato a chiedere il marchio Igp per il nostro aceto balsamico. A Napoli facevano “l’aceto balsamico di Modena” e volevano che il nostro si chiamasse “condimento”, pensa te. Però in Europa non volevano riconoscerci l’Igp perché a Modena c’era già il Dop e per un prodotto simile, dicevano loro, non si potevano riconoscere due denominazioni. In realtà non sono simili per nulla: parliamo dell’aceto di tutti i giorni, da pochi euro, e del balsamico tradizionale, quello invecchiato cinquant’anni che costa 80-90 euro la bottiglietta. Io comunque gli faccio: “Signori, mi date una notizia terribile. Ora a Modena incontrerò uno che è nato il 15 gennaio del ’50 come me, alle tre del pomeriggio come me, è uguale a me, si chiama Giovanardi come me e gli dovrò dire che lui purtroppo secondo l’Europa non esiste”. Si sono messi a ridere e me l’han data buona».

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