L’attacco della Russia. La Nato che si sfila, l’Europa che balbetta. Alla fine del film, l’Ue muore. Solo che non è un adattamento di John Le Carré: secondo Carlo Calenda, è quello che accadrà a breve se il Vecchio Continente non sarà capace di un sussulto politico immediato. Il leader di Azione ne parlerà stasera a Cagliari (alle 18 e 30 all’hotel Regina Margherita), alla presentazione del suo libro “Difendere la libertà-L’ora dell’Europa”: «Per la prima volta dal 1945 siamo fuori dalla protezione degli Stati Uniti», ragiona Calenda alla vigilia della sua tappa sarda, «anzi: gli Usa, così come Cina e Russia, vogliono che l’Unione Europea cessi di esistere, per esporre i singoli Stati a una conquista economica, o un’influenza politica; o a una conquista fisica, per i Paesi dell’Est. Questo è il momento più drammatico o, per usare le parole di Churchill, l’ora più buia che l’Europa abbia mai vissuto dal dopoguerra a oggi».

Solo per colpa delle aggressioni esterne? O le istituzioni europee ci stanno mettendo del loro?

«Le istituzioni europee sono completamente paralizzate, gli Stati sono tutti in assetto preelettorale. La cosa incredibile è che, mentre si verifica questo assedio, noi implodiamo. Invece di reagire, ogni Paese sembra andare verso estremizzazioni che accelerano il processo di implosione».

L’Europa però è molto diversa da quella che sognavano i fondatori.

«Ci sono molte cose che l’Europa fa e ha fatto. Nel libro ricordo che ci ha salvato durante il Covid, perché se la Bce non avesse comprato titoli di Stato saremmo falliti. Così come fece con Draghi per la crisi dei debiti sovrani. Ora c’è un piano per sganciarsi dall’industria della difesa Usa: gli acquisti di armi americane sono scesi sotto il 50 per cento. Ci sono gli accordi col Canada e col Mercosur… Non è che manchino le azioni positive».

Però non bastano per rafforzare l’Europa nello scenario mondiale.

«Il problema è che abbiamo bisogno di una vera e propria Europa federale. Se noi politici non faremo questo, il resto sarà irrilevante. E verremo giudicati su questo, non su altro».

Un’Europa federale implica una maggiore cessione di sovranità dei singoli Stati.

«Non c’è dubbio».

E com’è possibile, in un momento in cui prevalgono i sovranismi?

«In realtà prevalgono due aspetti interessanti, che sottolineano l’impazzimento generale. Nei sondaggi Eurostat, oggi il numero di persone che chiede un’Europa più integrata è al massimo storico. Ma questo non si traduce in un voto per i partiti pro-europei, perché i cittadini non percepiscono il rischio di dissoluzione dell’Europa. Quindi hai il 70% della popolazione italiana che vorrebbe la cittadinanza unica europea e contemporaneamente magari vota Vannacci, o M5S, o Meloni o Salvini. Un paradosso difficile da spiegare».

Pensa che ci sia davvero un rischio concreto di dissoluzione?

«Certamente. Accadrà quando Putin attaccherà un Paese Nato per dimostrare che la Nato non esiste più, e così la solidarietà europea. Questo secondo me è una certezza, non un rischio. Avverrà dopo le elezioni di midterm americane».

Che tipo di attacco si immagina?

«Non un’invasione: sarà un attacco dimostrativo, presumibilmente contro un Paese baltico. La Russia lancerà qualche drone su un sito militare. Gli Stati Uniti si sfileranno, e quindi anche la Nato. I Paesi nordeuropei chiederanno assetti militari al sud dell’Europa, che dirà di no. I nordici risponderanno: benissimo, ma allora noi non vi garantiamo, con l’euro, la sicurezza dei debiti pubblici. La dissoluzione inizierà così».

L’Ue più forte presuppone una difesa propria: però il riarmo non piace all’opinione pubblica.

«Guardi, molti comprano una porta corazzata o un allarme per casa, anche se costano migliaia di euro e non vorrebbero farlo, perché dentro la casa c’è tutto quello che conta per noi. Non avendo più un contatto con la grande storia, oggi noi non pensiamo che sia possibile finire in guerra con la Russia. Invece questa cosa non solo è possibile: è sicura. E non è l’unico rischio che corre l’Europa».

A cosa si riferisce?

«Per esempio al fatto che, avendo noi abbandonato il nucleare, dipendiamo per larghissima parte dal gas americano. Se vorremo regolare i social, Trump ce lo impedirà perché altrimenti non ci dà il gas. Lo stesso vale per il jet fuel, importato dall’America: se Trump si arrabbia, da domani i nostri aerei non decollano. Però di queste cose non si parla nelle trasmissioni televisive. La politica è diventata una forma di intrattenimento, e i politici degli influencer. Noi oggi siamo un Occidente fatto di gente che consuma e si intrattiene».

Quasi una decadenza da basso impero. Come si può reagire?

«Beh, è il crollo della civiltà occidentale. Ci si riprende se reagiscono i cittadini, e perché reagiscano devono conoscere i pericoli. Quest’anno gli stoccaggi del gas sono al minimo storico, rischiamo davvero un razionamento: qualcuno ne sta parlando? Noi reagiamo con proposte, e cercando di conquistare gli elettori anche con l’equilibrio. Mentre parlo con lei, sto andando in Senato a votare il provvedimento della maggioranza che riapre al nucleare in Italia. perché lo ritengo giusto. E contemporaneamente sostengo il salario minimo proposto dalle altre opposizioni. Dobbiamo riscoprire la coesione trasversale sui temi di fondo».

C’è ancora uno spazio per quella coesione trasversale? Per un ragionamento centrista?

«Ci deve essere. Sono 30 anni che votiamo destra o sinistra, che si estremizzano sempre di più, e quando vanno al governo non mantengono le promesse irrealizzabili che hanno fatto e generano nuovo estremismo. È successo con Renzi, i Cinquestelle, poi a destra con Salvini e Meloni. La continua estremizzazione produce lacerazione sociale, inefficienza di governo, rifiuto della politica».

Cosa pensa dell’azzeramento del bollo auto?

«È una misura più equa del taglio delle accise, perché circoscritta alle cilindrate basse: banalmente, chi ha una Ferrari non ne beneficia. Però vale poco rispetto al caro benzina. Io ho proposto di intervenire sulle sigarette, che da noi sono meno care di tutti: un pacchetto costa 6 euro, in Francia 14. Non dico di portarlo a 14, ma anche un euro in più a pacchetto genererebbe un buon gettito».

E del tetto agli stranieri in classe?

«La legge è del tutto inutile: il limite c’è già e avevano tutto il tempo per applicarlo. Farla adesso è solo campagna elettorale. Se ci sono classi con molti ragazzi che non parlano italiano, si aprano nuove scuole con nuovi insegnanti. Giusto invece vietare il velo integrale in classe. Riguarda probabilmente 500 ragazze in tutta Italia, ma è un principio corretto».

La nuova legge elettorale complica la vita all’opzione centrista?

«Secondo me la rende molto più facile. Prima c’era il 25% di collegi in cui nessun partito poteva avere spazio fuori dalle coalizioni. La riforma intanto prevede almeno il 42% per ottenere il premio di maggioranza, che non raggiungerà né la destra né la sinistra. Perché la destra non prenderà Vannacci in coalizione, e perché noi saremo indipendenti. L’unico modo per salvare questo Paese è che la maggioranza si componga in Parlamento sulla base di un programma condiviso; e che noi diventiamo indispensabili, in modo da poter difendere alcuni valori fondamentali».

A quale maggioranza accettereste di partecipare?

«A una basata su questi impegni: rimuovere il diritto di veto nel Consiglio europeo, costruzione di una Nato europea, sostegno all’Ucraina, politica energetica ambientale compatibile col fatto che l’Italia rimanga un Paese manifatturiero. Sul resto si può discutere, ma questi punti sono la nostra linea rossa. E non sono nel programma di nessuno, ecco perché non ci alleiamo con i grandi poli».

Molti vi accusano di voler andare in realtà verso Meloni.

«Invece quando ho firmato per il salario minimo Renzi mi accusò di voler andare col Campo largo. Solo che adesso nel Campo largo c’è lui e io sono rimasto dove ci hanno messo gli elettori. Azione, da quando è nata, è rimasta sempre allo stesso posto e fa del pragmatismo e dell’obiettività i cardini delle sue scelte. Poi possono accusarmi di quello che gli pare».

Quindi andrete da soli alle prossime Politiche?

«Azione costruirà un centro europeista e riformista, ci saranno persone come Pina Picierno, spero anche i liberal democratici, e altri ancora».

Per puntare a quale risultato?

«Io ho partecipato a due elezioni con il centro, una volta era Scelta civica, un’altra il Terzo polo. Abbiamo preso entrambe le volte circa l’8%. Credo che sia anche stavolta un obiettivo più che raggiungibile. E se noi prendiamo l’8% e altrettanto Vannacci, matematicamente non ci sarà un governo di destra o di sinistra, ma si dovrà comporre in Parlamento, a partire dal centro».

Teme il fenomeno Vannacci?

«Molto. Anche perché è un alleato di Putin, da quando era addetto militare a Mosca e diceva che la Russia non avrebbe mai invaso l’Ucraina. Ci sono grandi ombre su di lui, per esempio i massicci ordini di migliaia dei suoi libri ad agosto 2023, quando nessuno sapeva chi era. Lì c’è un’operazione sostenuta dai russi. Se il centrodestra dovesse aprirsi a Vannacci, allora cambierebbe la situazione e anche il posizionamento di Azione».

Nel senso che a quel punto avrebbe senso un’ampia coalizione di difesa costituzionale?

«Sì, a quel punto avrebbe senso e dovrebbe includere, e includerebbe, anche Forza Italia».

Perché invece lei si ritiene incompatibile con Conte e il M5S?
«Perché Conte è un trasformista populista che ha distrutto le finanze pubbliche, buttando nel superbonus 253 miliardi con cui avremmo messo a posto sanità, scuola e sicurezza per dieci anni. Apertamente sostiene le ragioni di Putin e vuole mollare l'Ucraina, ha governato con Salvini e poi ha detto che era progressista. È incapace di governare, ma credo che questo purtroppo sia un problema dell’intero Movimento 5 Stelle».

Prima ha parlato del nucleare. In Sardegna c’è un dibattito acceso sulla transizione energetica e sull’impatto degli impianti di energia rinnovabile sul paesaggio.

«L’impatto sicuramente c’è, perciò sosteniamo il nucleare: una centrale in 200 ettari produce quando un impianto fotovoltaico in 60mila. Alla presidente Todde e ai 5Stelle chiederei: loro cosa sostengono? Il gas no, il carbone no, le pale no: e allora qual è la soluzione? Andiamo a pedali?»

Eppure lei aveva espresso stima verso Alessandra Todde.

«Ma sì, perché al ministero aveva lavorato bene nelle crisi aziendali, era stata molto diligente e presente. Però poi quando devi prendere decisioni di più ampio respiro, se ci metti dentro l’ideologia non ne esci fuori».

Il problema è anche che gli impianti rinnovabili non portano benefici al territorio e alle bollette dei sardi. Come si può intervenire?

«Non si può. Se no, i sardi non dovrebbero beneficiare del prezzo unico del gas basato sulla produzione italiana. Esistono già compensazioni locali, ma non si può pensare che i benefici restino nei territori. È un tipo di regionalismo che non condivido. Si facciano gli impianti che si possono fare senza deturpare il territorio, anche da voi ci sono zone che lo consentono. E ora mi scusi, ma devo salutarla: vado in aula a votare per il nucleare».

Giuseppe Meloni

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