Uno shock prolungato: l’analisi del 2 aprile
Di Alessandro AresuDopo più di un mese di guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli effetti economici a livello globale sono già concreti. Pensiamo all’aumento del prezzo del petrolio, dei costi dell’energia, dei generi alimentari, a seguito della paralisi e dell’incertezza dello Stretto di Hormuz. Oltre agli aumenti già in corso, altri arriveranno nel prossimo futuro. Secondo alcuni esperti, l’impatto di una lunga guerra potrebbe essere simile a quello della crisi petrolifera degli anni ’70. L’ingresso nel conflitto dei ribelli Houthi nello Yemen, che hanno colpito Israele, ha sollevato il timore di un blocco di spedizioni di energia attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb, che colpirebbe un ulteriore 10% dell’offerta mondiale di greggio.
A livello globale, c’è profonda preoccupazione su aspetti molto concreti della struttura industriale del pianeta, da cui dipendono le filiere alimentari. L’area del Golfo è all’origine di quasi il 30% dei fertilizzanti trasportati via mare a livello globale: senza urea, per esempio, sono colpite le produzioni di riso, mais e grano. Alcuni Paesi del Sud-est asiatico, come l’Indonesia, cominciano a introdurre razionamenti di carburanti. In Corea del Sud, lo shock è già un’emergenza per l’industria petrolchimica. Il Paese dipende dalle importazioni per il 45% del suo fabbisogno di nafta e storicamente il 77% di queste forniture è garantito dal Medio Oriente.
Di recente, il colosso LG Chem è riuscito a ottenere un carico di nafta russa, grazie all’allentamento temporaneo delle sanzioni degli Stati Uniti, ma si tratta solo una soluzione temporanea.
Corea del Sud e Taiwan non sono luoghi qualsiasi ma arterie fondamentali della tecnologia globale: senza energia e materie prime nelle loro fabbriche, non potranno esserci né smartphone né data center per l’intelligenza artificiale.
Negli Stati Uniti, il tema essenziale è l’intreccio della crisi energetica con il malcontento dell’elettorato in vista delle elezioni di metà mandato, mentre Trump è ai minimi storici di consenso e continua a dare segnali contraddittori. In Europa, la situazione dei prezzi del gas è già preoccupante e molti Paesi hanno fatto ricorso a gas naturale liquefatto molto costoso.
Gli effetti economici della guerra, come si vede da questa breve carrellata, sono già profondi, ma una prospettiva chiara e non contraddittoria per la risoluzione del conflitto ancora non si è materializzata. I più alti rappresentanti degli Stati Uniti, come Marco Rubio o J.D. Vance, hanno parlato in alcune occasioni di “settimane” e in altre di “mesi”.
A livello militare, anche se gli Stati Uniti hanno rapidamente affondato la marina convenzionale iraniana, non sono riusciti a togliere il controllo dello Stretto di Hormuz alle Guardie della Rivoluzione Islamica, che usano lo Stretto come un’arma. L’intelligence statunitense aveva previsto che il regime non sarebbe crollato e finora così è stato: il governo di Teheran si è indurito sotto la minaccia esterna. Nel vuoto diplomatico attuale stanno emergendo nuovi possibili protagonisti del negoziato, come il Pakistan, che gestisce uno dei pochi canali di comunicazione funzionanti tra Washington e Teheran.
Sul futuro, Netanyahu ha ovviamente una posizione più dura di Washington e vuole evitare ogni legittimazione del regime iraniano. Tuttavia, lui stesso ha affermato che sono stati raggiunti circa metà degli obiettivi della guerra. Gli Stati Uniti, se volessero scongiurare l’invio di truppe sul terreno e trovare un modo per “dichiarare vittoria”, potrebbero concedere un prolungamento controllato della chiusura dello Stretto da parte dell’Iran. Allora, anche attraverso la mediazione pakistana (e forse con un coinvolgimento della Cina e della Russia), potremmo avere una riapertura successiva dello Stretto, da scambiare, per esempio, con un alleggerimento delle sanzioni verso Teheran. Nel mentre, l’Iran continuerebbe a decidere quali navi far passare.
Trump ci ha abituato a svolte repentine e a contraddizioni, spesso segnate dalla risposta agli umori dei mercati finanziari, che restano per lui un punto di riferimento. In questo caos, emerge infatti una certezza: in una guerra prolungata, che dovesse davvero durare altri mesi e non altre settimane, i gravi effetti economici che già vediamo saranno amplificati.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes
