Come tremanti vergini europee – è una categoria, ormai – ci accorgiamo che esistono gli imperi e che questi non hanno mai smesso di essere imperialisti; che tutti gli Stati sono in competizione tra loro, non in beata armonia; che i vincitori hanno sempre asservito i vinti, dettando regole, strumenti, sistemi di giustizia e piegando persino la storia; che le guerre sono mosse dai soldi e dagli interessi economici – oh, davvero?

Che lo stato-nazione e la sua moneta, concetti superati dalla finanza transazionale e dai cryptoasset, si difendono solo con le armi e instillando insicurezza; che i paradisi fiscali sono in Europa, sì, dove vengono amorevolmente preservati; che la Svizzera – perdonate l’emotività di chi ha lavorato con gli svizzeri per anni – considera gli italiani chiacchieroni, disturbatori e financo, quando è il caso, incendiari di immacolate discoteche.

“Non ci hanno dato informazioni, ostacolano le indagini, parlano in francese e non rispondono alle domande,” piagnucolano gli inviati a Crans Montana. Ci aspettavamo davvero altro? Smettiamola di credere a “Heidi, le caprette ti fanno ciao” e caliamoci nella realtà delle cose, se vogliamo sopravvivere.

L’Onu non funziona più, è un fatto. L’Europa Unita non esiste più, un’occasione storica persa. L’euro – attenzione – è in grave rischio prospettico, non essendo sostenuto da un’economia in crescita, da una ricerca all’avanguardia (ah, la formazione...), dall’autorevolezza degli attori né dalle armi.

Ma davvero salvare l’Europa vuol dire armarla? Come se fosse coesa, con radici comuni e obiettivi condivisi? E riarmare la Germania è davvero saggio? E l’azionista di maggioranza della Nato, che ha sempre visto l’euro come una pugnalata alle spalle, è davvero d’accordo con gli obiettivi europei?

Siamo invero avviati a un’implosione che lascerà sul terreno una popolazione in ginocchio e, come al solito, saranno i deboli a pagare il conto delle utopie, dei progetti nuvolosi, dei politici autocentrati che si credono statisti.

Purtroppo, l’homo sapiens soffre di complessi e caratteristiche peculiari, tra le quali il desiderio mimetico: non desidera le cose per il proprio valore intrinseco e uso, ma perché le desiderano gli altri. A un gradino superiore, tra le nazioni, esso è la radice dell’aggressività e delle guerre.

Quando non si vuol credere al messaggio cristiano dell’amore da una parte, quando si nega la formazione dall’altra, l’unico meccanismo di difesa è purtroppo il capro espiatorio, su cui canalizzare la violenza collettiva.

Ecco perché viviamo di capri espiatori che si rincorrono stagionalmente come mode, di linciaggi – per ora verbali ma sempre più violenti – e di ferocia che si perpetua. E perché, se non ci fermiamo subito, il rischio di una nuova Sarajevo è oltremodo reale, statistico.

Ciriaco Offeddu

Manager e scrittore

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