Un giallo senza fine: l’intervento dell’8 maggio 2026
Di Leonardo FilippiLa storia del delitto di Garlasco è emblematica della crisi che oggi attraversa la giustizia italiana. Sono trascorsi 19 anni da quel 13 agosto 2007, quando Chiara Poggi venne barbaramente uccisa nella villetta di famiglia e la giustizia ha finora proclamato un colpevole, che però ora non sembra più tanto colpevole, perché dalle nuove indagini spunta un altro “vero colpevole”. Da una parte c’è un condannato, Alberto Stasi, assolto per due volte, e poi ritenuto colpevole, per il quale la stessa Procura che ne aveva chiesto la condanna, ora sollecita la revisione del processo, sempre respinta in passato.
Dall’altra parte c’è un indagato, Andrea Sempio, per due volte sottoposto alle indagini e per due volte archiviato, ma ora indagato per la terza volta e che probabilmente sarà rinviato a giudizio. Ma il “caso Garlasco” è singolare per come si è sviluppato e, probabilmente, per come si concluderà. Infatti finora si sono calpestati i principi fondamentali del “giusto processo”. Anzitutto, assistiamo quotidianamente alla divulgazione del risultato delle indagini svolte dalla Procura, che dovrebbero essere segrete, e, d’altra parte, a vere e proprie indagini mediatiche pubblicizzate sugli organi di informazione.
È vero che la stampa è il “cane da guardia della democrazia”, ma il diritto di cronaca trova un limite in altri diritti costituzionali di pari rango, come appunto la segretezza delle indagini e la presunzione di innocenza dell’imputato. Presunzione d’innocenza che talvolta è invece incrinata dalle rappresentazioni mediatiche che portano a ritenerlo colpevole. Altra anomalia della vicenda è che le indagini sono state abnormi perché si sono sovrapposte e ribaltate: dopo una sentenza irrevocabile che ha condannato Alberto Stasi come unico autore del delitto di Chiara Poggi, e quindi dopo un giudicato penale che accerta che unico responsabile è Stasi, il pubblico ministero di Pavia apre nuove indagini e indaga come autore l’amico di famiglia Andrea Sempio, in contrasto con il giudicato penale che certifica che l’unico autore del delitto è Alberto Stasi.
Ma non si può calpestare la cosa giudicata con indagini che vorrebbero dimostrare il contrario: occorre prima procedere alla revisione della condanna di Stasi e poi svolgere accertamenti. Risultato: l’opinione pubblica è sconcertata e perde fiducia nella giustizia. Ma soprattutto nella vicenda di Garlasco ci si è dimenticati che per condannare la prova della responsabilità deve superare “ogni ragionevole dubbio”. Stasi è stato assolto in primo grado e in appello, ma poi la Corte di Cassazione ha annullato l’assoluzione e in sede di appello-bis il fidanzato di Chiara Poggi è stato condannato.
Eppure la condanna si pronuncia quando la prova della responsabilità supera ogni ragionevole dubbio: se due giudici hanno avuto dubbi ed hanno assolto, è difficile negare che vi sia un ragionevole dubbio e un terzo giudice non dovrebbe poter condannare: altrimenti la giustizia diventa una roulette che gira a vuoto finché non esce la condanna. Un ruolo fondamentale in questo perverso meccanismo lo gioca la possibilità ancora riconosciuta al pubblico ministero di appellare contro le sentenze assolutorie: in un processo veramente accusatorio il pubblico ministero può chiedere la condanna dell’imputato, ma poi deve rispettare la sentenza del giudice e non dovrebbe poter appellare contro l’assoluzione.
Invece in Italia, non solo il pubblico ministero svolge indagini che ribaltano le precedenti indagini, nonostante sullo stesso fatto vi sia già una sentenza irrevocabile, ma può anche appellare contro la sentenza di assoluzione. Infine, nella storia del delitto di Garlasco si è calpestato il principio della ragionevole durata del processo. In uno Stato di diritto non è ammissibile processare un imputato dopo diciannove anni dal fatto perché è una persona ormai diversa da quella che ha commesso il delitto e gli stessi prossimi congiunti della vittima hanno diritto, entro termini ragionevoli, a conoscere la verità sulla morte della loro congiunta. Ma, soprattutto, anche nei confronti del nuovo indagato la prova dovrà esser al di là di ogni ragionevole dubbio. Se non vogliamo ripetere l’errore giudiziario che sembra aver subito Alberto Stasi.
Leonardo Filippi
