Il conflitto con l’Iran, con le sue conseguenze sull’intera regione del Golfo, si candida a diventare l’evento geopolitico capace di ridefinire i flussi turistici dell’estate 2026. Il protrarsi dell’instabilità rende infatti meno attrattive, per ragioni di sicurezza, una serie di mete del Medio Oriente, a partire da Dubai, che negli ultimi anni avevano assorbito una quantità crescente della domanda internazionale, soprattutto nei segmenti a più alto valore aggiunto.

Una quota rilevante di questi viaggiatori, in assenza di alternative, può ora approdare nel Mediterraneo, aumentando le presenze, allungando la stagione dalla primavera all’autunno e migliorando la redditività delle imprese grazie a una distribuzione più equilibrata dei flussi. Non sarebbe una novità.

Già nel 2016 e nel 2017 la Sardegna beneficiò dello spostamento di una parte della domanda internazionale che si allontanava dalle aree più esposte al terrorismo nel Nord Africa e nel Mar Rosso. I dati mostrano che nel 2017 gli arrivi salirono a più di 3,13 milioni dai 2,88 del 2016, mentre le presenze passarono da 13,4 a 14,3 milioni.

Nonostante le dimensioni del fenomeno, che sorprese operatori e istituzioni, questo non bastò a cambiare il destino del nostro sistema turistico. All’epoca pesarono la minore presenza di strutture in grado di offrire servizi di qualità, collegamenti interni ed esterni meno efficienti e, in generale, una mancanza di consapevolezza nel trattenere i flussi internazionali.

Oggi, tuttavia, la Sardegna si presenta in condizioni diverse. L’isola ha una reputazione internazionale più forte, trainata dalla Costa Smeralda e da altre località in crescita, beneficia di una maggiore vicinanza ai mercati europei e americani e soprattutto è immune alle tensioni geopolitiche, garantendo certezza e stabilità alla clientela più esigente.

La sicurezza è diventata il primo criterio nella scelta di una destinazione turistica e il Mediterraneo può beneficiare dello spostamento dei flussi dal Medio Oriente. La vera questione è se questa volta sapremo trasformare un vantaggio esterno in un risultato duraturo.

Rimangono però due grossi limiti che rischiano di impedire anche stavolta il consolidamento di questi flussi oltre il 2026.

La prima nota dolente è l’offerta ricettiva. Nel turismo di lusso, oltre alle bellezze naturali e alla posizione, contano soprattutto la dimensione delle camere, la qualità dei servizi personalizzati e la presenza di personale formato e motivato. È qui che emerge il ritardo di una parte considerevole dell’offerta sarda. Molte strutture, seppur nominalmente di lusso, continuano a scontare limiti dimensionali e qualitativi che le rendono inadatte agli standard richiesti oggi da questo mercato.

L’assenza di strumenti di pianificazione, capaci di distinguere tra nuovo consumo di suolo e valorizzazione del patrimonio esistente, contribuisce a perpetrare questa stasi prolungata. Consentire interventi di riqualificazione, anche con aumenti limitati di cubatura, senza compromettere le aree di pregio, significa mettere le strutture sarde nelle condizioni di offrire servizi all’altezza della domanda.

Il secondo limite è l’accessibilità, con i collegamenti aerei e marittimi ancora insufficienti rispetto all’obiettivo di allungare la stagione. Ed è proprio qui che la crisi può trasformarsi da opportunità in rischio.

La Commissione europea ha segnalato che circa il 40 per cento del jet fuel e del diesel utilizzati nell’Unione passa dallo stretto di Hormuz e, senza una riapertura stabile, l’Europa potrebbe andare incontro a una carenza di carburante per l’aviazione. Se il rincaro del kerosene per i voli e della nafta per i traghetti venisse trasferito sui consumatori finali, il risultato sarebbe un aumento generalizzato dei costi, con riflessi negativi sulla competitività del nostro sistema turistico.

I prossimi mesi apriranno una finestra temporale per valutare interventi più incisivi e affrontare il futuro con più consapevolezza.

Sul piano urbanistico occorre una disciplina per rivitalizzare i poli turistici più importanti, chiudendo al consumo indiscriminato di suolo, proteggendo anche le aree interne. Sul piano dei trasporti bisogna valutare interventi selettivi, che non inneschino una gara al ribasso, per alleggerire l’impatto del caro energia sui collegamenti più importanti, soprattutto quelli che servono ad allungare la stagione, concentrandosi nei mesi in cui la domanda inizia a calare.

Nel marzo dell’anno scorso la Regione aveva già aperto alla sospensione dell’addizionale comunale nei mesi invernali per incentivare più rotte e più traffico fuori stagione. Il principio è quello giusto, a condizione di usarlo con criterio e di concentrarlo sulle tratte a lungo raggio che portano più valore aggiunto.

Giovanni Maria Chessa

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