Ieri si è celebrata la tredicesima giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare. Con l’occasione, l’Osservatorio Waste Watcher ha presentato, a Roma, il Rapporto 2026 sulla situazione italiana. Emergono, purtroppo, dati poco edificanti.

Gli italiani sprecano 554 grammi di cibo pro capite alla settimana, con una riduzione di circa il 10 % rispetto al 2025 (-63,9 grammi). Anche solo guardando al dato economico, ciò significa buttare ogni anno circa 7–7,3 miliardi di euro. Certo, il trend è in diminuzione ma siamo ancora molto lontani dall’obiettivo fissato dall’Onu: dimezzare lo spreco alimentare pro capite entro il 2030.

A che si deve questo immenso spreco di risorse alimentari? Anzitutto ad un nostro diffuso deficit culturale, tipico delle popolazioni abituate ad avere cibo in abbondanza. Infatti, emergono importanti differenze in base all’età anagrafica dei consumatori. I Boomers (nati negli anni 1946-1964) risultano più virtuosi, con livelli di spreco più bassi. Mentre la cosiddetta “generazione Z” spreca di più: ogni settimana circa 799 grammi.

Gli alimenti più frequentemente gettati sono sempre i soliti: frutta e verdura fresche, pane, insalate, cipolle, tuberi ecc. Per fortuna sembra crescere l’attenzione dei consumatori verso ambiente e sprechi ma restano ampi margini di miglioramento nelle pratiche quotidiane.

Il rapporto confida negli strumenti digitali e nell’alfabetizzazione tecnologica, considerati come leve strategiche per ridurre ulteriormente lo spreco. Il che, finalmente, mette l’accento dove deve stare: sull’educazione al consumo. Ciò che manca da decenni nelle politiche pubbliche e nelle strategie di mercato che hanno invece puntato sulla sola leva dei prezzi e sugli acquisti compulsivi sganciati dai bisogni reali.

Purtroppo, lo sappiamo: ogni anno circa 1 miliardo di tonnellate di cibo viene sprecato nei soli consumi (abitazioni, ristoranti, negozi). Stiamo parlando di poco meno del 20% di tutto il cibo disponibile ai consumatori a livello planetario. Se si includono anche le perdite lungo la catena di produzione (raccolto, trasporto e stoccaggio), circa un terzo della produzione alimentare globale non viene consumato. E la maggior parte dello spreco avviene a livello domestico: circa il 60% del totale globale.

Purtroppo, su questo versante, l’Italia è particolarmente indietro. Infatti, pur migliorando, resta stabilmente sopra la media UE nello spreco alimentare settimanale pro capite. Non proprio un bel primato.

Se poi scendiamo a livello locale, il quadro evidenzia aspetti chiaroscurali. In Sardegna, nelle isole e nelle aree interne si spreca meno cibo a livello domestico rispetto alle aree urbane, c’è più cultura del riuso (avanzi, conserve, congelamento, cucina tradizionale) e il cibo ha un valore economico e simbolico più alto, anche perché spesso autoprodotto.

Per contro, emergono altre criticità: raccolti non ritirati, prezzi troppo bassi che non coprono i costi di raccolta, mancanza di manodopera, trasporto, infrastrutture e logistica carenti, mercati locali ridotti, difficoltà di accesso alla grande distribuzione, scarsa capacità di trasformazione (laboratori, cooperative, filiere corte).

Eppure, le aree insulari e periferiche hanno grandi potenzialità: nella filiera corta e nel consumo locale, nell’autoproduzione e trasformazione (conserve, formaggi, pane ecc.). Per non dire che le comunità più piccole generano maggiore scambio e solidarietà alimentare e maggior recupero di varietà locali in più stagionalità.

Lo dimostra il fiorire di iniziative locali mirate alla filiera corta, all’educazione al consumo e al territorio, alla sostenibilità, come nel caso delle food coop che sorgono nei quartieri o nei piccoli borghi. Mesa Noa, ad esempio, prima food coop autogestita della Sardegna che opera a Cagliari, nel quartiere di Mulinu Becciu, è un esempio di impegno civico, educazione alimentare, cura e rispetto del territorio.

Altre realtà simili stanno sorgendo in tutta Italia e potrebbero replicarsi anche nell’isola. Del resto, i dati diffusi ieri lo confermano: lo spreco è una deriva culturale. Se non se ne rimuovono le cause, insegnando a chi consuma (specie i cittadini più giovani) ad amare e rispettare il proprio territorio, non ne verremo facilmente a capo.

Aldo Berlinguer

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