Tu che woke sei?: il post del lunedì del 24 agosto
di Bepi AnzianiFino a qualche anno fa, se qualcuno mi avesse chiesto se ero woke, avrei probabilmente pensato a una marca di scarpe. Oggi è diventata una delle parole su cui ci dividiamo anche quando non sappiamo bene cosa significhi.
Woke vuol dire letteralmente "sveglio". Nasce negli Stati Uniti come invito a tenere gli occhi aperti sulle discriminazioni razziali. Poi il significato si è allargato: donne, minoranze, identità di genere, linguaggio, colonialismo, diritti civili. Fino a diventare, per alcuni, sinonimo di progressismo. Ma dove finisce la sacrosanta difesa dei diritti e dove comincia la pretesa di stabilire ciò che gli altri possono dire, leggere, rappresentare o persino pensare? È woke cambiare una parola perché oggi può risultare offensiva? Cancellare da un libro ciò che appartiene alla sensibilità di un'altra epoca? Contestare una statua perché le idee della persona rappresentata sono oggi considerate inaccettabili? Ma il woke non abita soltanto a sinistra. Perché è lo stesso quando a destra ci si indigna per un'opera ritenuta offensiva verso la religione, si vorrebbe silenziare un cantante troppo schierato o si pretende di decidere quali idee siano degne della tv pubblica. L'obiettivo sembra comune: difendere la libertà soprattutto quando è la nostra. La parola woke può essere uno specchio, non una categoria politica. Perché essere attenti alle discriminazioni e/o pretendere di eliminare tutto ciò che ci disturba son cose diverse.
E tu, che woke sei?
Bepi Anziani
