Tempi di guerra, non di mancette: l’editoriale del 7 aprile 2026
Di Alberto MingardiPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato dall'inizio della guerra fra Usa e Iran: da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale, e secondo dati Onu/Unctad il traffico navale è crollato del 95% nell'arco di un mese. Di lì passa anche il 30% delle esportazioni mondiali di fertilizzanti, con ricadute sui prezzi agricoli globali.
Dall'inizio del conflitto i prezzi nell'UE sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio; in trenta giorni l'Unione ha già accumulato 14 miliardi di euro aggiuntivi sulla propria bolletta per combustibili fossili. Secondo la direttrice generale del FMI Kristalina Georgieva, ogni incremento del 10% del prezzo del petrolio, se prolungato, fa salire l'inflazione globale dello 0,4% e riduce la produzione economica mondiale fino allo 0,2%.
Non c'è bisogno di essere un economista per capire che se l'economia italiana non sarà, a fine anno, in recessione, ci sarà andata molto bene. È complicato avventurarsi in previsioni, in questo momento, per chiunque. Donald Trump deve avere capito in che ginepraio si è cacciato facendo guerra all'Iran, per motivi incomprensibili anche considerando la storica amicizia americana con Israele. Il guaio è che per lui è difficilissimo uscirne salvando la faccia. Il regime degli ayatollah è stato decapitato ma non ci sono alternative politiche e la sua classe dirigente è parsa più solida di quanto credessero gli architetti della guerra.
In più, le nuove tecnologie stanno dimostrando che con una frazione delle risorse si può mettere in scacco il più grande apparato militare mondiale. I nemici di Trump possono trarre qualche soddisfazione dagli eventi: il Presidente quasi certamente perderà le elezioni di medio termine (il suo elettorato non voleva altre avventure militari all’estero e desiderava veder scendere l’inflazione) e sarà, negli ultimi due anni del suo mandato, un’anatra zoppa. Ma intanto non sappiamo quali saranno gli effetti sull’economia globale. Il male che Trump non è riuscito a fare all’economia mondiale coi suoi dazi (contro i quali si è pronunciata la Corte Suprema) glielo ha fatto con questa guerra.
In questo quadro, è probabile che il governo italiano segua la prospettiva più naturale: provare a tirare a campare, per non tirare le cuoia. Prima del referendum il Consiglio dei ministri aveva disposto un intervento di riduzione “emergenziale” delle accise sui carburanti (con contorno di attività di sorveglianza della GdF nelle stazioni di benzina). Le cronache dicono che il ministro Giorgetti ha sin da subito fatto presente che i costi sarebbero stati rilevanti, in caso il provvedimento si fosse protratto. Prudenza vorrebbe che il provvedimento non fosse rifinanziato la prossima settimana. Ma lo sarà, perché un governo che riduce le accise sulla benzina non le può rialzare quindici giorni dopo.
È solo l’inizio di una serie di provvedimenti-tampone, che l'esecutivo andrà a varare nei prossimi mesi. A chiederli a gran voce sono soprattutto gli imprenditori, che come tutti vorrebbero che lo Stato calmierasse i rischi delle loro attività. Ma si sommeranno al coro sindacati e associazioni di consumatori.
Sappiamo come andrà a finire. Verranno distribuite mance e mancette, che sicuramente allevieranno i problemi di alcuni ma non faranno granché per risolvere quelli di tutti. La velocità di crociera della nostra economia si abbasserà e, in assenza di interventi che sciolgano alcune delle sue rigidità, non sarà messa in condizione di salire di nuovo rapidamente. Intanto, il rigore dei conti pubblici, praticato sin qui con grande senso di responsabilità dal governo di centrodestra, verrà pian piano sempre più allentato.
Sino a oggi premier e ministro dell'economia hanno tenuto il Paese su una rotta prudente. Ma la sconfitta referendaria ha mostrato una leadership di Meloni molto meno solida di quanto sembrasse. La maggioranza pare dilaniata da tante piccole incomprensioni e rivalità. Finché il leader sembrava invincibile, tutto appariva sotto controllo. Ora non lo è più.
Non è detto che mance e mancette valgano una vittoria alle prossime elezioni. Questo sarebbe il momento di afferrare il toro per le corna e provare ad affrontare alcuni dei problemi strutturali dell’economia italiana. È improbabile, però, che riescano a farlo un premier ferito e dei partiti sull'orlo di una crisi di nervi.
Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto – “Bruno Leoni”
