«L’Iran è come un muro solcato da crepe profonde, debole all’interno e isolato all’esterno. Quel che non possiamo prevedere è da quale parte crollerà, quanta devastazione provocherà e chi sostituirà il regime». Così si è recentemente espressa Shirin Ebadi, attivista e magistrata iraniana insignita nel 2003 del Nobel per la Pace per l’impegno nella difesa dei diritti umani e della democrazia.

È oggi particolarmente importante riflettere sul futuro possibile dell’Iran, quando le proteste stanno entrando nella seconda settimana. Tutti gli indicatori suggeriscono che la situazione sia molto più grave rispetto a qualsiasi altro momento di protesta degli ultimi vent’anni.

Il regime iraniano, infatti, nonostante il suo vasto apparato repressivo – che va dal controllo statale delle istituzioni, alle milizie Basij, al Consiglio dei Guardiani e a una magistratura ultraconservatrice che emette condanne a morte anche per violazioni minime, unitamente a una repressione sistematica delle libertà politiche – non è, né è mai stato, un sistema autoritario pienamente stabile, perché ciclicamente attraversato da proteste strutturali.

L’assenza di lunghi periodi di calma interna è imputabile a tre cause: l’incapacità di garantire una prosperità economica, anche in cambio di un controllo politico totale, come fanno alcune monarchie del Golfo; l’ostilità latente della periferia dello Stato, storicamente ostile al potere centrale, anche per la composizione di una popolazione multietnica (un quarto della popolazione è azera, oltre a curdi, beluci, arabi); l’arretratezza ideologica del regime religioso che ha alienato ampi settori della società, soprattutto giovani, classi istruite e ceti medi urbani.

Le proteste attuali sono qualitativamente diverse da quelle recenti (del 2009, del 2019-20 e del 2022), perché più violente, geograficamente più diffuse e capaci di coinvolgere più gruppi sociali: agli studenti, infatti, si sono aggiunti commercianti, classe media e le minoranze etniche.

Nel 2009 il Movimento Verde fallì perché le condizioni economiche erano relativamente favorevoli, il prezzo del petrolio alto e la classe media in crescita; inoltre, l’amministrazione Obama non era incline a pressioni sul regime, che alla lunga ne uscì rafforzato, rimanendo indenne anche dalle proteste del biennio 2019-20.

Paradossalmente anche le manifestazioni del 2022, scoppiate dopo l’assassinio della studentessa Mahsa Amini, non riuscirono a indebolire Teheran: concentrate su settori liberali e urbani, permisero al regime di mobilitare la base religiosa conservatrice della popolazione.

Tuttavia, oggi la situazione è diversa sia perché la partecipazione è nazionale e trasversale, sia perché la pressione economica è estrema: il rial continua a perdere di valore, l’inflazione è in costante crescita e il Paese sta affrontando una crisi idrica gravissima, tale da ipotizzare l’evacuazione di Teheran.

L’indebolimento del potere coercitivo del regime, unitamente al radicale cambio del contesto internazionale, con gli Stati Uniti che hanno espresso un chiaro sostegno ai manifestanti e già dimostrato di dare seguito alle minacce, lascia l’Iran isolato e senza alleati forti, e nonostante le misure eccezionali adottate, la leadership è anziana e incerta sulla successione.

L’Iran è dunque nella posizione più vulnerabile degli ultimi decenni e per questo è fondamentale che tutti manifestino apertamente la piena solidarietà al popolo iraniano che ancora una volta combatte una impari lotta per la democrazia. Non si può manifestare indignazione a corrente alternata, perché qualsiasi popolo che combatte per la propria libertà è sempre dalla parte giusta della Storia.

Luca Lecis – Università di Cagliari

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