Saper scegliere gli investimenti
Di Alberto MingardiDa qualche mese, l’opinione pubblica europea sembra essersi accorta che siamo più poveri degli americani. In molti si sono accorti della divergenza nel reddito pro capite sulle due sponde dell’Atlantico grazie al rapporto Draghi, che ha posto il problema.
Alcuni osservatori hanno sostenuto che in realtà si tratterebbe di indicatori ingannevoli. Gli standard di vita in Europa sarebbero più elevati, grazie a un welfare generoso, che compenserebbe quanto ci manca in termini di reddito. Purtroppo, però, come ha ricordato l’economista Luis Garicano, da alcuni dati di fatto non si scappa. In dollari costanti, il PIL pro capite della Germania era un po’ più del 90% di quello statunitense, vent’anni fa: oggi è circa l'80%. Un francese guadagnava un po’ più dell'80% di un americano, oggi un po’ più del 70%. Efficiente o no che sia, il perimetro dello Stato sociale non è variato molto. È diminuita la capacità di creare ricchezza.
Come si risponde, a questa situazione? Anzitutto, non è detto si possa rispondere. Nel 1776, Adam Smith intitolò il suo capolavoro una “indagine” sulle cause della ricchezza delle nazioni. Lo studio di che cosa consenta ad alcune società di essere più ricche di altre è cominciato allora, ma non si è ancora concluso. Purtroppo lo sviluppo economico non è qualcosa che si possa accendere schiacciando un bottone.
Altrimenti tutti i Paesi del mondo avrebbero elevati tassi di crescita.
Sono moltissimi i fattori che lo influenzano: alcuni possono dipendere dalle decisione politiche (il livello della spesa pubblica, il livello del prelievo fiscale), altri no (per esempio, la demografia). Quando noi crescevamo a tassi sostenuti, eravamo un Paese decisamente più giovane. L'invecchiamento della popolazione vincola la nostra capacità di creare ricchezza. Come, ovviamente, lo fa il fatto che circa metà del prodotto sia intermediata dallo Stato. E come lo fanno regole bizantine e complesse, che tendono a deprimere la capacità di fare impresa.
Le analisi oggi sottolineano come la divergenza fra Stati Uniti ed Europa affondi le sue radici nel fatto che i primi esprimono da anni una straordinaria innovazione tecnologica. L’hi-tech non è solo uno dei motori dell'economia Usa, ma ha anche rivoluzionato i processi produttivi in altri settori, portando a un abbassamento dei prezzi di un’intera serie di beni. Ci sono alcuni americani, quelli impiegati nei settori hi tech, che guadagnano molto. I loro salari contribuiscono a tenere alti anche i salari di altri comparti: quelli che non vogliono farsi sfilare addetti dalle imprese hi tech. Ma la tecnologia cambia soprattutto il modo in cui facciamo le cose, rendendo più economiche altre produzioni.
Per provare ad avvicinarsi ai livelli di benessere degli americani, oggi, sembra esserci un solo modo: più investimenti, specie a livello europeo, ieri se ne parlava per il green, oggi per la difesa. Un nuovo fiume di spesa pubblica ci consentirebbe di replicare nell’Ue le stesse tecnologie che producono gli Usa. Due piccioni con una fava: diventeremmo indipendenti dai nostri attuali fornitori americani e anche più ricchi.
Scavare buche nel terreno per poi riempirle doveva servire, secondo Keynes, a tenere braccia occupate quando non c’era lavoro. Il che può essere vero. Meno vero è che spendendo si ottenga automaticamente più innovazione. Le imprese tech americane oggi sono giganti ma sono nate in garage, facendo leva su qualche prestito o su pochi risparmi.
I soldi e le dimensioni arrivano alla fine della storia, non all'inizio. Testimoniano il fatto che si è offerto ai consumatori qualcosa di utile, non sono il prerequisito per farlo.
È chiaro che gli investimenti servono per avviare nuove produzioni. La domanda cruciale però è: quali. Il settore privato di solito sa individuarli, scegliendo quelli che possano dare la speranza di un ritorno significativo. Anche il settore privato sbaglia, ma con i soldi suoi.
In politica invece chi chiede più investimenti di solito non si pone nemmeno il problema di valutarli a fondo, anche perché i quattrini in gioco non sono i suoi. Cosa potrebbe mai dunque andare storto?
Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”
