Saper leggere il futuro: l’intervento del 23 luglio 2026
Di Ciriaco OffedduPiuttosto che pretendere spericolate e nostalgiche riarrampicate sulla prosa dei classici (quali poi? Omero, Manzoni o Faulkner?), mi sentirei di chiedere agli artisti l’utilizzo della loro superiore sensibilità per anticipare il mondo che ci aspetta.
Non serve fantascienza e neppure una profezia, ma una “produzione di anticipazione” quale quella che ha contraddistinto i giganti sulle cui spalle possiamo noi issarci da privilegiati – cito Bernardo di Chartres. La letteratura ha infatti sempre vissuto di visioni, di scatti d’intuito, di ossimori fecondi, di splendide aperture di soglie. Purtroppo, la pseudo cultura oggi dominante considera queste capacità in termini ideologici. Siamo pertanto indotti a fare le liste di proscrizione: da una parte la fila di autori che da Spengler arriva a Houellebecq, i cattivi del nostro mainstream, e dall’altra i buoni capitanati, ça va sans dire, da Calvino.
Di lui (uno degli ultimi autori italiani a entrare stabilmente nei corsi di letteratura moderna del mondo), si tende pertanto a dare una versione agiografica (“il genio che aveva previsto tutto”), sottacendo l’analisi critica delle sue lezioni e il vero problema alla base del discorso, sintetizzato dalla domanda: che cosa si intende, esattamente, quando diciamo che l’arte anticipa il futuro? Possiamo discutere sino a sera i punti delle Lezioni Americane considerando i risultati raggiunti in termini di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità.
Ma il fatto incontrovertibile è che il mondo frammentato del ventunesimo secolo non rispecchia la visione, peraltro incompiuta sul tema consistenza, di Calvino. Quello messo in piedi dall’artista è dunque un impianto concettuale utopistico e fallace? Io penso che si debba intanto precisare – torna il concetto e il bisogno di esattezza – che la sensibilità artistica isolata di Calvino, ma come lui di Borges, ad esempio, o di tanti altri, individua e anticipa tensioni, ambiguità e fratture (il suo volontario esilio a Parigi in disaccordo col partito comunista è emblematico), ma non arriva mai a dare un output di vero o falso, oppure un indirizzo preciso. La produzione di anticipazione resta aperta, discutibile, e reinterpretabile dalle generazioni successive.
Le categorie dei buoni e cattivi, divisi in funzione delle tesi proposte, sono pertanto inutili e fuorvianti, novecentesche. L’accento va posto invece sulla contrapposizione del singolo verso quelli che sono definiti gruppi creativi – di cui esiste un’abbondante bibliografia – che producono innovazione e anticipazione attraverso metodo, divisione di ruoli e disciplina del talento, con output verificabili, applicati, misurabili nel tempo. Le trasformazioni epocali sono frutto di questa “tecnologia”.
Dobbiamo dunque rinunciare al genio artistico? No, mai, perché le due modalità, a guardarle bene, non si escludono: si completano. Nessun gruppo creativo, per quanto disciplinato, produce innovazione senza una scintilla che il metodo da solo non sa generare. A Los Alamos, sotto la regia organizzativa di Oppenheimer – che teneva insieme centinaia di menti, scadenze e segreti militari – lavoravano fisici capaci di intuizioni che nessuna disciplina avrebbe potuto imporre dall'esterno. Il direttore creava le condizioni perché l'imprevisto potesse accadere, e poi lo traduceva in risultato. È la stessa architettura che si ritrova al Bauhaus, dove il rigore del progetto conviveva con l'arbitrio dell’intuizione formale. Si potrebbe allora dire: il metodo senza fantasia produce serie; la fantasia senza metodo produce domande sterili. L'anticipazione vera – quella che cambia davvero le cose – nasce dall’intersezione tra questi due mondi.
È proprio questo attrito che oggi manca soprattutto per quanto alla letteratura italiana. Essa sembra essersi infatti accasciata su tematiche autoreferenziali di basso profilo, che non traguardano il futuro e, soprattutto, non producono anticipazione. Mentre l'intelligenza artificiale imita il metodo (produce, seleziona, ottimizza con un'efficienza che nessun gruppo creativo del passato avrebbe potuto sognare) ma non genera la tensione che rende un'intuizione feconda e illuminante, una pletora di scrittori si bea di guardare il proprio ombelico e di rifugiarsi nel conosciuto. Aggiungono forse valore alla comprensione del mondo e alla anticipazione del futuro?
Non domandiamo dunque “se Calvino ha previsto il nostro presente”, ma impariamo che il nostro presente scheggiato ci costringe a rileggere Calvino per capire cosa abbiamo perso, non cosa abbiamo trovato.
Ciriaco Offeddu
